«THE UNITED NATIONS OF SOUND - Richard Ashcroft» la recensione di Rockol

Richard Ashcroft - THE UNITED NATIONS OF SOUND - la recensione

Recensione del 28 lug 2010 a cura di Daniela Calvi

La recensione

Quando sono venuta a conoscenza del nuovo progetto di Richard Ashcroft mi è venuto un po' da storcere il naso: la foto che raffigurava tutti i membri e il nome scelto per il collettivo, mi han dato subito da pensare che potesse essere una sorta di emulazione dei Gorillaz di Damon Albarn. E' stato piacevole e a tratti stucchevole, scoprire invece che United Nations Of Sound è un grande progetto a sé, senza prendere spunto da nessun'altro gruppo. Oppure è il contrario, prendono spunto da tutti e sta a voi, ascoltatori curiosi, capire da chi e da che cosa e farvi poi trascinare nell'atmosfera dei dodici brani che compongono il disco.
A partire dagli archi e dall'incalzante singolo "All you ready", immediato ma un po' ripetitivo (dura forse eccessivamente 6 minuti e 31 secondi e il ritornello viene ripetuto fino alla stanchezza) Ashcroft e soci - Steve Wyreman, chitarrista californiano, Dwayne "DW" Wright, bassista newyorkese, Rico Petrillo, tastierista e addetto ai campionamenti e Qyu Jackson, batterista - confezionano un disco che passa dal british pop come quello della vervediana "Good loving" a quello più internazionale come "America" che contiene tracce hip hop (opera della produzione artistica di No I.D), o alla generazionale "This thing called life". "Beatitudes" e "Royal highness" ricordano sulla strofa e sull'intro il Lou Reed di un tempo, "How deep is your man" è al sapore di folk rock e "She bring me the music", che parte sdolcinata, con solo voce, pianoforte e archi, cresce strada facendo e dopo un ritornello quasi scontato, si apre in un bellissimo incontro tra battiti di mani e sezione ritmica da far dimenticare qualunque banalità melodica e di testo.
Il disco, ascolto dopo ascolto, sembra sempre più essere pensato per un live, un live da grande folla, a Central Park o in un posto simile, dove la gente può arrivare, assaggiare quello che vuole di questo album e di questi United Nations Of Sound e decidere se fermarsi a battere le mani sulla coinvolgente "Born again", o commuorsi sulla corale e spiritual "Glory".
Ashcroft ha realizzato un progetto curioso e un disco altrettanto divertente da scoprire piano piano nel suo essere sì eterogeneo, ma anche ricco di momenti emozionanti e piacevoli da riascoltare passaggio dopo passaggio.

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