«NIGHT WORK - Scissor Sisters» la recensione di Rockol

Scissor Sisters - NIGHT WORK - la recensione

Recensione del 28 giu 2010 a cura di Luca Bernini

La recensione

Due anni fa, era il 2008, gli Scissor Sisters stavano tornando sulle scene con un nuovo album. Peccato che nessuno di loro ne fosse in realtà soddisfatto. Risultato: l’album finì nel cassonetto, la band si disperse per un po’ (compreso il batterista Paddy Boom, che non è piè tornato indietro). Babydaddy si dedicò alla pittura, Ana Matronic alla scrittura creativa, Del a dei dischi in proprio, e Jake se ne andò a Berlino. A ballare. E lì, in una notte come tutte le altre, perso nel flusso del dancefloor, “vide” il nuovo disco. Sarebbe stato un disco notturno, dance, avrebbe cercato di riannodare i fili con quella che era la scena disco prima che un’intera generazione di artisti, musicisti, pr e dancers venisse sacrificata sull’altare dell’HIV. Come suonerebbe oggi, quella musica?

“Night work” cerca di dare una risposta a quella domanda. Di più, ci riesce. Gli Scissor Sisters mettono insieme un disco sexy, spudorato, dancereccio e sorretto da un tale mash up di musiche, stili e citazioni da far smarrire completamente la prospettiva del tempo a chi ascolta. In ogni traccia dell’album si è contemporaneamente negli anni ’70 dello Studio ’54 di New York, al Ministry of Sound negli anni ’90, e nell’Ibiza degli anni ’80. Ci sono Giorgio Moroder e gli ZZ Top, Frankie Goes to Hollywood e Prince, i Soft Cell e Sylvester, i Bee Gees e gli Imagination , George Michael e i Depeche Mode, e la lista potrebbe andare avanti per pagine.

Prodotto da Stuart Price, già dietro il control desk per divinità del calibro di Madonna e Killers, “Night work” è stato registrato dalla band tra Londra, le Bahamas e New York, ed è anticipato da un singolo glorioso e duro nel tema come “Fire with fire”, che cerca di spezzare il cerchio dei cattivi pensieri autodistruttivi che possono arrivare in alcuni momenti della vita di ognuno. Canzone che funge da accordo iniziale per un disco che trasuda libertà, voglia di oltrepassare i limiti, scarsa volontà di arrendersi all’incedere del tempo e senso di liberazione legato al rifugiarsi in quell’inesauribile mare dell’eterna giovinezza che è il dancefloor, in una qualsiasi notte della vita, nella giusta città, con la giusta musica.

Preceduto dal successo del formidabile “Ta dah”, del 2006, “Night work” appare per molti versi più dance-oriented, citazionista e “umano” del suo precedessore, come se si candidasse ad essere il disco perfetto per un “tongue-in-cheek” capace di portare legioni di persone dalla disco sotto casa fino alla Love Parade. Non è un caso che Jake Shears si sia detto contento della voce – vera - che voleva il disco già sui siti di file-sharing in netto anticipo sulla sua uscita. “Night work” è un disco da condividere e, al tempo stesso, una chiamata alle armi per il popolo della notte. “Yes, we do believe in mirrorballs”, diceva l’incipit di un famoso libro sulla storia della disco music. “Night work”, oggi, torna a sbandierare orgogliosamente quel credo.

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