«ON THE RURAL ROUTE 7609 - John Mellencamp» la recensione di Rockol

John Mellencamp - ON THE RURAL ROUTE 7609 - la recensione

Recensione del 28 giu 2010

La recensione

La “strada di campagna” su cui si è snodato finora il percorso di John Mellencamp è un sentiero dritto e lineare però pieno di buche e di scossoni, perfettamente logico e coerente nella sua evoluzione ma accidentato per effetto di alterne fortune nella carriera e nella vita privata. Cosicché, oggi, il cantautore dell’Indiana ha un profilo pubblico più basso di un Bruce Springsteen o di un Tom Petty, gli altri due blue collar rockers che come lui hanno saputo parlare al cuore e alla pancia dell’America profonda: colpa del suo carattere scontroso (mica per niente gli avevano affibbiato il soprannome di “little bastard”), della sua decisione di restare a Bloomington e della poca voglia di viaggiare il mondo (in Italia non lo si è mai visto), dei gravi incidenti di percorso (un infarto, a soli 42 anni) che lo hanno spinto a rallentare i ritmi e a rivedere le priorità esistenziali. Eppure Mellencamp ha pieno diritto di cittadinanza nella santissima trinità del moderno rock americano (a sinistra di Bruce e Tom, lui è sempre stato più polemico e intransigente), soprattutto da quando la passione e l’energia selvatica delle origini hanno iniziato a coniugarsi a un ostinato e prezioso attaccamento alle radici: il Mellencamp dei primi anni Ottanta (quando ancora nel music biz tutti lo chiamavano John Cougar) era un animale rock&roll mosso dal puro istinto e dalla fame di autoaffermazione, quello di oggi ha il fiato più corto ma è illuminato da una missione. Il suo rapporto profondo con la heartland, il cuore rurale e sterminato dell’America, è ben documentato dalle parole e dalle foto color seppia contenute nel bellissimo libro di 72 pagine che accompagna i quattro Cd nella “special edition” del cofanetto e che giustifica un prezzo di vendita tutt’altro che economico: Mellencamp è un “true American” che sventola con orgoglio la bandiera degli Usa; molti lo hanno frainteso, per questo, tacciandolo di retorica nazionalista, ma non fate l’errore di scambiarlo per un redneck, per un reazionario nashvilliano. Negli anni John ha allargato gli orizzonti ben oltre i confini di Bloomington, il suo punto d’osservazione non è esente da spietate autocritiche e la sua è cultura popolare “alta” ricca di riferimenti letterari e cinematografici come dimostra qui la presenza di icone come Joanne Woodward (la vedova di Paul Newman) e di Cornel West (filosofo, scrittore, attore e attivista afroamericano dei diritti civili), che si sono prestate a leggere suoi testi. La “Rural route 7609” che ha voluto tracciare per celebrare trentacinque anni di carriera ((la sigla sta a indicare l’anno iniziale e finale delle registrazioni incluse in questo box set) è scandita da 54 canzoni che l’autore ha riordinato secondo criteri tematici e non cronologici, raccogliendole in quattro “album” assimilabili come opere coerenti e a sé stanti. Ovvio che, date le sue attuali inclinazioni, la bilancia penda pesantemente dalla parte delle opere recenti, a partire da quel “Life death love and freedom” che due anni fa mise a nudo il lato più fragile e più “politico” del “piccolo bastardo”, la sua amarezza e il suo disgusto per la piega autoritaria e immorale dell’America pre Obama e un senso incombente di mortalità (“Don’t need this body”, “If I die sudden” e “Longest days”, monito alla brevità della vita che forse non casualmente apre il set). C’è anche quella “To Washington” (da “Trouble no more”, 2003) che all’epoca gli si ritorse contro attirandogli per contrappasso pesanti accuse di antipatriottismo. Subito respinte al mittente, anche perché quando c’è da celebrare lo spirito genuino dell’ American way of life Mellencamp non si tira mai indietro, e se lo avete visto cantare “Pink houses” al Lincoln Memorial durante la cerimonia di insediamento del neopresidente sapete di cosa stiamo parlando…La classica versione di studio (anno di grazia 1983) è inclusa nell’antologia, che tuttavia è tutto meno che un greatest hits allargato: quasi un terzo delle selezioni (17 su 54) sono brani inediti o versioni demo/alternative di pezzi conosciuti, ci trovate “Jack and Diane” (il primo grande successo datato 1982, un perfetto connubio tra Bob Seger e Warren Zevon) “Jackie Brown” e “Love and happiness” ma non “Hurt so good” o “Pop singer”, la cover di “Wild night” o un inno imprescindibile e paradigmatico come “Small town”. Mellencamp rimescola le carte, affianca le sue cotte giovanili (Seger, i Rolling Stones ) agli amori della maturità, il blues di Robert Johnson e il folk di Woody Guthrie (“Our country” è la sua “This land is your land”), le chitarre acustiche, i violini e le fisarmoniche introdotte ai tempi dello splendido “The lonesome jubilee” (qui, stranamente, quasi snobbato) alle formidabili scosse elettriche di “Uh-huh!” e “Scarecrow” (la sua band, spinta da due chitarre e dalla poderosa batteria di Kenny Aronoff, non ha mai avuto nulla da invidiare agli E Streeters e agli Hearbreakers), gli esperimenti “modernisti” e le percussioni elettroniche di “Mr. Happy go lucky” al suono Sixties, a metà tra Byrdse Creedence Clearwater Revival, dell’ottimo “Freedom’s road” di tre anni fa. Nei demo acustici sembra di ascoltare lo Springsteen di “Tom Joad”, tra l’effervescenza giovanile di “Jenny at 16” e il timbro roco, estenuato del Mellencamp 2009 ci sono migliaia di pacchetti di sigarette e anni di vita piena sulle spalle. Nel suo mondo trovate l’America di Steinbeck e quella di Huckleberry Finn, le speranze dei Kennedy e di Martin Luther King e gli anni bui della dinastia Bush, le fiere di paese e i clown da rodeo, il mondo contadino appeso ai capricci della Natura e le città fantasma lungo l’autostrada, il suono FM dei primi Ottanta e quello “biologico” caro al suo ultimo produttore T Bone Burnett, l’umore tenebroso di “Death letter” e i suoni gracchianti da 78 giri di “Jim Crow”, il latin pop facile di “Just like you” subito prima di una “Young without lovers” in stile Johnny Cash , e poi quegli irresistibili riff di “maximun r&b” che infiammano il cuore e ti spingono a impacciati movimenti di air guitar (“Big dady of them all”, “Ghost towns along the highway”, “L.U.V”, “My aeroplane”, “What if I came knocking” e chi più ne ha più ne metta). Ma forse il segnale più significativo del suo nuovo corso è quella calda e spoglia “Void in my heart” registrata ai leggendari Chess Studios con il solo accompagmanento di fisa, chitarra acustica e slide. Il punto di partenza di un viaggio onirico e simbolico che, per il nuovo album “No better than this” annunciato per agosto, ha spinto Mellencamp e Burnett verso altri santuari dimenticati dell’America, la prima chiesa battista afroamericana a Savannah, Georgia, i Sun Studios di Memphis e la stanza d’hotel a San Antonio dove Robert Johnson fece le sue prime incisioni nel novembre del 1936. Per Mellencamp la musica popolare è una cosa sacra, che il pellegrinaggio continui.



(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

CD 1
06. Jim Crow with Cornel West
12. Jenny at 16

CD 2
01. The real life with Joanne Woodward
04. Authority song (writing demo)
07. Our country (alternate version)
08. Country gentlemen
10. Mr. Bellows (remix)

CD 3
02. Someday
04. Void in my heart (acoustic versione recorded at Chess Studios)
06. Sugar Marie (acoustic)
09. L.U.V. (remix)
12. The world don’t bother me none

CD 4
02. Colored lights
05. To M.G. (Wherever she may be) (acoustic)
09. Peaceful world (writing demo)
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