«UNDER GREAT WHITE NORTHERN LIGHTS - White Stripes» la recensione di Rockol

White Stripes - UNDER GREAT WHITE NORTHERN LIGHTS - la recensione

Recensione del 25 mar 2010 a cura di Luca Bernini

La recensione

Presentato lo scorso 18 settembre al Toronto International Film Festival, arriva ora nei negozi il documentario UNDER GREAT WHITE NORTHERN LIGHTS, girato da Emmett Malloy (insieme al fratello Brendan titolare della premiata ditta di videoclippers e film makers The Malloys, già al lavoro per Oasis, Jack Johnson, Ben Harper e tanti altri) in occasione del trionfale tour canadese intrapreso dai White Stripes nel 2007, a dieci anni di distanza dalla loro prima volta nel Grande Nord. Il lungometraggio presenta, enfatizzando i canonici colori della band (rosso, bianco e nero), la loro avventura canadese, avendo cura di imperniare il racconto su tutte le oddities che la bizzarra coppia costituita da Jack e Meg White (spacciati o creduti, di volta in volta, marito e moglie o fratello e sorella) imbastisce in occasione del tour, suonando e visitando anche location improvvisate o finte tali, tra cui bar, mezzi pubblici, sale da bowling, piste d’atterraggio e, naturalmente, venues importanti, come il Savoy Theatre a Glace Bay, in Nova Scotia, dove la band festeggia live il proprio decennale. I White Stripes suonano – e bene – dappertutto, parlano tra loro, e hanno buon gioco nel mantenere misterioso il loro enigma, il più importante dei tanti che nascono da una band che suona come una band (se ascolterete il live vedrete che non mi mancherà niente di quanto desiderate nel loro suono) ma è il realtà un duo composto da un grande chitarrista e da una brava batterista. E l’enigma riguarda proprio la possibilità di capire l’alchimia che mette insieme un uomo così timidamente estroverso come Jack (che sembra sempre imparentato con il Johnny Depp Johnny Depp di “Edward mani di forbice”, creatura burtoniana e quindi sopra e sotto le righe allo stesso tempo), con la schiva e eternamente sorridente Meg. Che tra loro due ci sia un segreto è evidente, impalpabile però, e difficile da capire. Guardando il film sembra sempre di essere a metà strada tra l’Esorcista e la comunità hamish di “The witness”, il vecchio film con Harrison Ford. I White Stripes sembrano comunque una comunità, a volte una setta, fatta di due persone che vivono, o sembrano vivere, fuori dal mondo. E piacciono per questo. Perché poi c’è la musica: ce n’è nel documentario, ce n’è ancora di più sul cd live che documenta il loro tour canadese. E che mette insieme alcuni brani che sono bandiera del loro repertorio (“Seven nation army”, “Blue Orchid”, “Icky thump”, “I just don’t know what to do with myself”) in una scaletta costruita in modo tale da alternare brani dell’allora nuovo album “Icky thump” con quelli più rappresentativi di album fondamentali come “Elephant” e “Back behind me, Satan”. Il risultato è un disco di blues di inusitata potenza, che tributa assai al blues elettrico che ipnotizzò i primi Led Zeppelin e tuttavia rimane snello e aggressivo, acido e caldo al punto giusto. Di certo un buon modo per ingannare l’attesa che separa i fans dal ritorno della loro band preferita, soprattutto ora che Meg e Jack si stanno dedicando a una pletora di progetti paralleli. E di celebrare i loro primi dieci anni di attività.

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