«BEAT THE DEVIL'S TATTOO - Black Rebel Motorcycle Club» la recensione di Rockol

Black Rebel Motorcycle Club - BEAT THE DEVIL'S TATTOO - la recensione

Recensione del 24 mar 2010 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Come un paio di virgolette precise, il blues che scuote la title track di "Beat the devil's tatoo" e l’ultimo brano del sesto album dei Black Rebel Motorcycle Club, “Half-state”, racchiudono e incorniciano i vecchi e nuovi ingredienti di un trio californiano che vede profilarsi all’orizzonte il proprio primo decennio di carriera. Sì, perché lo stomp iniziale fa le presentazioni ufficiali – ecco Leah Shapiro, nuova batterista della band – e riafferma la fondamentale vena blues che i BRMC hanno spesso trattenuto in seconda linea; mentre nelle distorsioni del pezzo conclusivo riecheggiano schegge di ‘americana’. In mezzo, con un tempo mediamente compassato e a un volume mediamente molto alto, le ballate e la psichedelia, i suoni acustici che furono di "Howl", quella sconfinata terra di mezzo dove il folk può coesistere con lo shoegazing.
“Evol”, insieme alle tracce già citate, è una delle meglio riuscite e mostra i BRMC in controllo delle loro migliori prerogative: ecco un loop ipnotico ma grondante sangue e sporco di fango, ecco una band che filtra la propria storia e la tradizione musicale della sua terra attraverso la propria natura inevitabilmente ‘garage’. Una natura che a tratti la porta anche ad alzare un po’ il tempo, come in “Conscience killer” o in “Mama taught me better”, e che solo a tratti pare annacquarsi in influenze meno coerenti (vedi “War machine”, che compromette il rock sanguigno con un flusso mainstream, e pare di ascoltare in lontananza un mix di Oasis, Muse e U2: meglio di no, grazie).
Tre anni dopo "Baby 81", "Beat the devil's tatoo" è stato registrato in parte nel Basement Studio di Filadelfia (dove fu inciso "Howl") ed in parte a Los Angeles, e suona molto familiare. Deve essere in parte perché ritroviamo un suono che già associamo ai Black Rebel Motorcycle Club riproposto in canzoni nuove, in parte perché è a suo modo un breve viaggio nella tradizione, in parte perché a cantare è uno come Peter Hayes, che riversa intensità e sofferenza tali nei brani da riuscire a confinare, a tratti, il suono sullo sfondo – come qualcosa di già sentito, come un mero abilitatore delle sue ballate, quasi come un elemento di arredo necessario che gli consente di rievocare sempre la sua guida di stile vocale, l’idolo Johnny Cash, non importa cosa stia cantando.
Quella che nel 2001 si annunciava come una delle ricorrenti promesse di nuovo rock si è da tempo cristallizzata in sicurezza, consistenza e sobrietà. Non una formula, ma una premessa importante per sfornare un album decoroso. Succede quando, come avrebbe detto Frank Zappa, you are what you is (e sai di esserlo).

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!

© 2020 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.