«ANTONELLA CLERICI - Antonella Clerici» la recensione di Rockol

Antonella Clerici - ANTONELLA CLERICI - la recensione

Recensione del 23 mar 2010 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Più che un’attribuzione o un’indicazione di utilizzo, la definizione “sigla televisiva” è stata, per lunghi anni, una sorta di categoria dello spirito, o, meno nobilmente, un genere musicale quasi a sé stante. Perché, appunto, c’è stato un tempo - quello della mitica televisione in bianco e nero, più o meno, cioè fino al 1977/78 - in cui, per una canzone, essere impiegata come sigla (iniziale o finale) di un programma televisivo - della RAI, ovviamente, e più precisamente ancora del Programma Nazionale, ovvero l’unico esistente fino al 1961, quando iniziarono le trasmissioni del Secondo Canale, ma che anche negli anni successivi per gli italiani era “la televisione” - equivaleva quasi automaticamente a diventare un successo.
Gli esempi sono decine, e qualcuno bisognerà farlo, anche in disordine cronologico, giusto per rinfrescare la memoria ai più anziani e per far capire il concetto ai più giovani. “La la la” di Alberto Lionello e “Due note di Mina”, sigle di “Canzonissima” 1960-61; “Su cantiam” di Dario Fo e “Stringimi forte i polsi” di Mina, sigle di “Canzonissima” 1962-63; “Zum zum zum” (la cantavano in coro tutti i cantanti concorrenti, ma la incisero anche Mina e Sylvie Vartan) e “Vorrei che fosse amore” di Mina, sigle di “Canzonissima” 1968; “Quelli belli come noi” delle gemelle Kessler, sigla di “Canzonissima” 1969; “Ma che musica maestro” di Raffaella Carrà, sigla di “Canzonissima” 1970; “Chissà se va” di Raffaella Carrà, sigla di “Canzonissima” 1971; “E la vita, la vita” di Cochi e Renato, sigla di “Canzonissima” 1974; “Goin’ out of my head” di Frank Sinatra, sigla dello sceneggiato “Coralba”, 1970; “Buonasera buonasera” di Sylvie Vartan, sigla di “Doppia coppia”, 1969; “Oba-ba-luu-ba” di Daniela Goggi, sigla di “Due ragazzi incorreggibili”, 1976; “Cicciottella” di Loretta Goggi, sigla di "Fantastico Bis", 1979; “Disco bambina” di Heather Parisi e “L’aria del sabato sera” di Loretta Goggi, sigle di “Fantastico”, 1979-80; “Ballo ballo” di Raffaella Carrà, sigla di “Fantastico 3”, 1982; “La freccia nera” di Leonardo, sigla dell’omonimo sceneggiato televisivo, 1968; “Gamma” dei Goblin, sigla dell’omonimo sceneggiato televisivo, 1975; “W la pappa col pomodoro” di Rita Pavone, sigla dello sceneggiato televisivo “Il giornalino di Giamburrasca”, 1964; “Un mondo d’amore” di Gianni Morandi, sigla di “Giovani”, 1967; “A blue shadow”, strumentale di Berto Pisano, sigla dello sceneggiato televisivo “Ho incontrato un’ombra”, 1974; “Sbirulino” di Sandra Mondaini, sigla di “Io e la Befana Bis”, 1978; “Un giorno dopo l’altro” di Luigi Tenco, sigla degli sceneggiati televisivi “Le inchieste del Commissario Maigret”, 1966; “Viva la campagna” di Nino Ferrer, sigla di “Io Agata e tu”, 1970; “Arriva la bomba” di Johnny Dorelli, sigla (interna al programma) di “Johnny sera”, 1966; “Amore fermati” di Fred Bongusto, sigla di “Leggerissimo”, 1972; “Quando mi dici così”, di Fred Bongusto con Minnie Minoprio (ma la voce femminile è di Giulia De Mutiis), sigla di “Speciale per noi”, 1971; “Tanti auguri” di Raffaella Carrà, sigla di “Ma che sera”, 1983; “Si fa sera” di Gianni Morandi, sigla di “Mare contro mare”, 1965; “Ancora ancora ancora” di Mina, sigla di “Mille e una luce”, 1978; “Non gioco più” di Mina, sigla di “Milleluci”, 1974; “Domenica è sempre domenica” di Mario Riva, sigla di “Il Musichiere”, 1958; “Honky tonky train blues” di Keith Emerson, sigla di “Odeon”, 1976; “La notte vola” di Lorella Cuccarini, sigla di “Odiens”, 1988; “Orzowei” degli Oliver Onions, sigla dell’omonimo sceneggiato televisivo, 1977; “Mezzanotte fra poco” di Gianni Morandi, sigla di “Partitissima”, 1967; “Questione di feeling” di Mina e Riccardo Cocciante, sigla di “Pentathlon”, 1985; “Non c’è più niente da fare” di Bobby Solo, sigla di “Tuttototò”, 1967; “Sandokan” degli Oliver Onions, sigla dell’omonimo sceneggiato televisivo, 1976; “Canzone intelligente” di Cochi e Renato, sigla di “Il poeta e il contadino”, 1973; “Vengo anch’io? No, tu no” di Enzo Jannacci, sigla di “Quelli della domenica”, 1968; “Amare di meno” di Peppino di Capri, sigla di “Rischiatutto”, 1971; “Conversazione” di Mina, sigla di “Sabato sera”, 1967; “Cento campane” di Nico dei Gabbiani, sigla dello sceneggiato televisivo “Il segno del comando”, 1971; “Donna Rosa” di Nino Ferrer, sigla di “Settevoci”, 1969; “Dadaumpa” delle Gemelle Kessler e “Sabato notte” di Mina, sigle di “Studio Uno”, 1961; “Fortissimo” di Rita Pavone, sigla di “Studio Uno”, 1966; “Amico è” di Dario Baldan Bembo & C, sigla di “Superflash”, 1982; “Parole parole” di Mina e Alberto Lupo, sigla di “Teatro 10”, 1972; “Cocktail d’amore” di Stefania Rotolo, sigla di “Tilt”, 1979… e l’elenco potrebbe continuare, ma avete capito il concetto. E non parliamo dei programmi per bambini, le cui sigle - da “Furia” di Mal, 1977, a “Heidi” di Elisabetta Viviani, 1978, a quella grande canzone indipendentemente dalla funzione di sigla che è “Lady Oscar” dei Cavalieri del Re, 1982, alla serie infinita di sigle di cartoni animati cantate da Cristina D’Avena.
In un certo senso, il periodo d’oro delle sigle televisive (quelle dei cartoni animati escluse, come dicevo prima) è finito con l’affermazione dell’emittenza privata, diciamo negli anni Ottanta; l’ultimo colpo di coda, proprio perché quei programmi erano concepiti da Renzo Arbore come meta-televisione, è avvenuto con “Quelli della notte”, 1985 e “Indietro tutta”, 1987 (rispettivamente: “Ma la notte no” e “Il materasso” e “Sì, la vita è tutt’un quiz” e “Vengo dopo il tiggì”).
Ora, questo materiale storico costituirebbe una fantastica tracklist per un cofanetto in stile Rhino, se ci fosse qualcuno che avesse voglia di metterci mano: intendo un cofanetto con i controcazzi, con testi storico-informativi. Curiosità, fotografie eccetera eccetera.
Ma siamo in Italia, come ogni giorno non manchiamo di accorgerci (con delusione e scorno).
E in Italia si fa un disco come questo di Antonella Clerici. Niente contro la signora, intendiamoci. Niente nemmeno contro le sue (scarse) doti canore: in fondo, le classifiche sono piene di gente che non ha l’ugola d’oro.
Ma se Angelo Perrone, come ricorda Vincenzo Mollica in una breve presentazione nel librettino del Cd, “ha una memoria a forma di tubo catodico”, perché ha messo insieme un disco come questo, che non fornisce nessuna informazione sulla televisione? A parte il fatto che uno sticker sul Cd ci informa che in esso Antonella Clerici “canta le sigle più belle della TV” – e che quelle scelte siano le più belle mi permetto di negarlo fermamente: magari saranno quelle che la signora voleva cantare, o riusciva a cantare - , vi pare possibile che nel libretto non siano indicate, almeno con il titolo e l’anno di emissione, le trasmissioni di cui le canzoni scelte erano la sigla? Non ci credete, eh? Be’, credeteci. E non ci sono nemmeno gli anni di pubblicazione della versione originaria (sono indicati solo in due casi). E, come se non bastasse, due di queste canzoni non sono nemmeno state sigle televisive (“Le tagliatelle di Nonna Pina”, che vinse uno Zecchino d’Oro nel 2003 – ma questa può passare, in fondo è diventata la “signature tune” della Clerici per via dei suoi programmi di cucina – e “Il coccodrillo come fa?”, pure vincitrice di uno Zecchino d’Oro, nel 1993).
Lo so che mi sono già lamentato millanta volte di come si confezionano i dischi in Italia, ma sembra che lo facciano apposta a farmi tornare sull’argomento.
Se poi vogliamo andare fino in fondo, il curatore del progetto grafico (il cui nome è indicato sul libretto, ma non ripeterò qui) avrebbe magari anche potuto usare una forbicina da unghie, invece delle cesoie da giardino, per scontornare la foto del retro del jewel box. Non che avrebbe fatto la differenza; ma almeno non avremmo avuto conferma dell’impressione complessiva, e cioè che questo disco sia stato inventato sui due piedi e fatto in fretta per uscire in concomitanza con il Festival di Sanremo. E “presto e bene” – diceva la mia nonna Santina – “stan male insieme”. Fio Zanotti, musicista che stimo, e che ha prodotto arrangiato e realizzato l’album, avrà senz’altro lavorato al suo meglio: mi scuserà se non ho avuto cuore di ascoltare il Cd. In compenso, però, mentre scrivevo questa recensione sono andato su Youtube a riascoltarmi (in versione originale) quasi tutte le canzoni che ho citato nella prima parte. Ed è stata, così, una bella domenica; quindi ringrazio ugualmente Sara Andreani, product manager della Universal, per aver messo in commercio questo disco.

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