«VALLEYS OF NEPTUNE - Jimi Hendrix» la recensione di Rockol

Jimi Hendrix - VALLEYS OF NEPTUNE - la recensione

Recensione del 12 mar 2010

La recensione

Che cosa faceva Jimi prima e dopo Woodstock, tentato da nuove strade e da vecchie sirene, in rotta con i vecchi amici (il bassista Noel Redding), sballottato tra troppi cattivi e interessati consiglieri? “Valleys of Neptune”, il “nuovo” disco di “inediti” che inaugura il contratto tra la fondazione Experience Hendrix e la Sony Music preludendo a una valanga di altre uscite (lo ha anticipato l’implacabile sorella adottiva Janie), cerca di dare una risposta: uno sforzo interessante, utile, stimolante, anche se i risultati sono giocoforza parziali e frammentari. Una rivelazione, una delusione? Come ha già scritto qualcuno, tutto dipende dalle aspettative. “Valleys of Neptune” è una compilazione di appunti e scarabocchi sul diario di bordo, non il racconto compiuto e organico di un album in piena regola: più adatto all’occhio clinico di studiosi e collezionisti della materia hendrixiana che alle orecchie del pubblico mainstream (cui converrebbe eventualmente rivolgersi alle simultanee ristampe del back catalog in edizioni cc+dvd con minidocumentari sul “making of”). Per carità: niente a che vedere con certe vecchie operazioni truffaldine alla Alan Douglas, con quei Frankenstein d’antan ribattezzati “Rainbow bridge”, “Crash landing” o “Midnight lightning”. Qui c’è la mano amorevole e professionale di Eddie Kramer, il tecnico del suono di fiducia di Jimi, e si sente: la qualità audio è ineccepibile, l’immagine sonora perfettamente definita. A essere sfuocato, per forza di cose, è il quadro d’insieme di una collezione sfaccettata che insegue Hendrix e la Experience (prima con Redding, poi con Billy Cox al basso) in quel frenetico e confuso 1969 (più un pezzetto di 1970), mentre provano in sala di registrazione, a Londra e a New York, il repertorio da proporre in concerto, rivisitano vecchi standard, abbozzano idee e sperimentano nuove tecniche.
Di veramente inedito, o meglio inaudito, c’è poco: “Ships passing through the night” (ultima session della Experience originale, 14 aprile 1969), un rock blues torrido in cui la mitica Stratocaster del leader viene trattata con l’effetto Leslie; “Lullaby for summer” e “Crying blue rain”, due jam strumentali che accennano a possibili evoluzioni future ma restano organismi in embrione. Il carattere estemporaneo delle session è confermato da “Sunshine of your love”, cover (anch’essa strumentale) del celebre cavallo di battaglia dei Cream che Hendrix amava in quel periodo suonare dal vivo in versione leggermente più veloce e aggressiva dell’originale, ma che qui dopo qualche minuto finisce per attorcigliarsi su se stessa. Ci sono i germi di brani successivi e più compiuti (“”Mr. Bad luck”, una outtake dei tempi di “Axis: bold as love”, è il prototipo di “Look over yonder”, poi pubblicata su “South Saturn delta, con i suoi riff pre Led Zeppelin e Deep Purple e gli stop/start alla “Purple haze”), ci sono “alternate versions” rivisitate di pezzi classici, e il tipico hard blues, cosmico e progressivo di Jimi. “Stone free” e “Fire” sono diverse ma non troppo dalle versioni definitive: più funky ma meno urgenti, più sfaccettate ma anche più sfilacciate (restano gli assoli di chitarra da urlo). Il celebre slow “Red house”, sfumato in un fade out dopo otto minuti, non è poi tanto diverso da come lo si conosceva, e “Lover man” è solo una delle tante versioni disponibili, in studio e dal vivo. Meglio (anche se troncata in modo brusco) la title track dall’intro/outro liquido e sognante e dalla dinamica struttura che forse anela alla fusion davisiana di quegli anni. Meglio la graffiante cover di “Bleeding heart” di Elmore James (Rocky Isaac alla batteria) o una “Hear my train a comin’” completamente diversa dalla versione acustica contenuta nel “Film about Jimi Hendrix”, sofferta, ossessiva, e con la sei corde urlante alla maniera di “Voodoo chile”. Però…“E’ importante considerare che Jimi Hendrix durante la sua vita ha autorizzato la pubblicazione di soli quattro album ed una manciata di singoli”, scrive John McDermott nelle accurate note di copertina del disco. Appunto: fosse rimasto in vita fino ad oggi, quanto di questo materiale sarebbe sopravvissuto al suo maniacale senso del perfezionismo?



(Alfredo Marziano)
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