Recensioni / 12 feb 2010

Peter Gabriel - SCRATCH MY BACK - la recensione

SCRATCH MY BACK
Real World (CD)
Lo sapeva, Peter Gabriel , che con “Scratch my back” avrebbe spaccato critica e pubblico in due. Così è stato, se ne sono già dette e sentite di tutti i colori. E’ un capolavoro. No, è una lagna. E’ lugubre e funereo. Al contrario, è terapeutico. Interessante: la musica è uno specchio, una scatola che ognuno riempie di quel che vuole. Avrete già letto del senso del progetto, ispirato a una forma di baratto: Gabriel si fa “grattare la schiena” da alcuni colleghi, prendendo a prestito le loro canzoni; in cambio, li invita a incidere un pezzo del suo repertorio (ed ecco “I’ll scratch yours”, una collezione di singoli digitali distribuita su iTunes e inaugurata dalla pubblicazione della sua versione di “The book of love” dei Magnetic Fields in coppia con “Not one of us” nell’interpretazione di Stephin Merritt; intanto Paul Simon ha già scelto di incidere“Biko” e David Bowie ha declinato l’invito facendosi sostituire da Brian Eno).
Le cover di Gabriel però sono affrontate da una prospettiva insolita e con una scelta di campo radicale: niente strumenti “rock”, “no guitars and no drums”, proprio lui che sul calore del ritmo ha costruito tutta la sua musica a partire da quell’innovativo capolavoro che fu “Peter Gabriel III” nel lontano 1980. Voce, pianoforte, orchestra e (ogni tanto) un coro sono le armi con cui Peter punta dritto al cuore delle canzoni, scarnificandole, spogliandole e rivestendole in un continuo gioco di contrasti tra enfasi e sottrazione, pieno e vuoto, pianissimo e fortissimo (anche senza batteria, “My body is a cage” suona più rumorosa, drammatica e incalzante dell’originale degli Arcade Fire). C’è di nuovo Bob Ezrin alla console (come nel primo album solista, 1977), ma l’eroe nascosto del disco è l’arrangiatore John Metcalfe ex Durutti Column, perfetto nel tradurre intenzioni e intuizioni di Gabriel in partiture volatili e dinamiche punteggiate da trilli e bordoni, violini ed ottoni. Così destrutturate e ricostruite si fatica a riconoscerle, le canzoni. Soprattutto quelle più sedimentate nell’immaginario collettivo: “Heroes” di Bowie (molto meno epica, molto più dolente), “The boy in the bubble” di Simon (che nega ogni affinità tra il suo “Graceland” e la “world music” gabrielliana, dimenticando i ritmi contagiosi delle township sudafricane per concentrare l’attenzione sulle amare considerazioni del testo). O “Street spirti (Fade out”) dei Radiohead, la rivisitazione più ostica, straziante, estrema di tutte (sembra che non piaccia neanche a Tom Yorke...). Lì Gabriel spiazza anche chi lo conosce bene: lui, il perfezionista ossessivo, il maniaco del “controllo di qualità” che si prende la briga di ricantare nastri live vecchi di trent’anni prima di darli alle stampe, qui si fa cogliere in bilico sul baratro, la voce spezzata che inciampa su note dissonanti. Anche il repertorio è sorprendente: i veri classici si contano sulle dita di una mano, Gabriel – consigliato anche dalle figlie Anna e Melanie – ha voluto prestare orecchio ai nuovi suoni che arrivano dall’Inghilterra e dal Nord America (e se non ha scelto canzoni in altre lingue è probabilmente perché sono stati i testi e le parole, questa volta, a guidare la sua scelta). L’unico ripescaggio “nostalgico”, se vogliamo, è “I think it’s going to rain today” di Randy Newman, fonte riconosciuta di ispirazione di tante sue ballate per piano e voce; forse anche il Ray Davies dei Kinks e della meravigliosa “Waterloo sunset”, peraltro confinata all’edizione deluxe su doppio cd. E anche quando affronta Neil Young o Lou Reed , Peter lo fa evitando i pezzi più scontati e conosciuti. C’è continuità col passato, anche: se il minimalismo di Steve Reich e di Arvo Pärt è un modello esplicito di riferimento di questa austera musica da camera, il metodo iterativo è insito nella sua scrittura già dai tempi del citato “III”. E se in “Heroes” e in “Listening wind” dei Talking Heads (una delle cose più riuscite dell’album) si può cogliere qualche eco di “San Jacinto”, certi momenti sommessi e melodici del disco (“The book of love” dei Magnetic Fields, l’emozionante ed emozionata “The power of the heart” di Lou Reed) rimandano alla spoglia espressività di “Here comes the flood” (versione live e “Shaking the tree”), “The washing of the water” o “Father, son”; per non parlare dei saliscendi di “Mirror ball” (degli Elbow), che lo stesso interprete paragona a certe ardite architetture sonore dei Genesis periodo “prog”. Gabriel convince quando si tuffa a corpo morto sfoderando una voce da brividi (“Flume” di Bon Iver), meno quando calca il registro teatrale e mélo (“Après mois” di Regina Spektor, che già si presta di suo). Non sfugge quasi mai a un umore cupo e tenebroso che del resto, a dispetto del titolo, abitava anche un disco come “Up”. Gabriel ha sessant’anni, e oggi indugia volentieri nel crepuscolo. Ha perso, irrimediabilmente, la sua energia animalesca ma con “Scratch my back” parla ancora un linguaggio nuovo, di frontiera. Aprendo una strada che forse altri seguiranno.




(Alfredo Marziano)