«BRIEF ENCOUNTERS - Amanda Lear» la recensione di Rockol

Amanda Lear - BRIEF ENCOUNTERS - la recensione

Recensione del 28 nov 2009 a cura di Franco Zanetti

La recensione

Non sottovalutate Amanda Lear. Forse alcuni di voi la conoscono solo per le ospitate televisive (nelle quali, comunque, dimostra una verve e un'intelligenza ben superiori alla media degli ospiti televisivi di mestiere – quelli che non sanno fare altro mestiere che l'ospite televisivo); ma Amanda, pur non essendo tecnicamente una cantante, ha alle spalle parecchie esperienze musicali di un certo valore. I suoi album 'disco' del periodo 1976-1983 sono un pacchetto interessante e da riscoprire, anche a non considerare i successi commerciali (“I am a photograph”, “Blood and honey”, “Tomorrow”, “Queen of Chinatown”, "Follow me”, “Enigma”), come uno dei migliori esempi di Eurodisco. Del resto Amanda ha avuto padrini musicali di gran nome: da David Bowie , che la spinse a debuttare come cantante, a Bryan Ferry , che la volle sulla copertina di “For your pleasure”, secondo album dei Roxy Music .
Nonostante non abbia mai smesso di pubblicare album, da un po' Amanda Lear non si riproponeva come cantante anche sul nostro mercato. Con questo disco – un doppio Cd, uno “for the heart” e uno “for the feet” - Amanda ripropone le sue due facce, quella della chanteuse un po' Marlene Dietrich e quella della disco-queen. Il disco 1 è più suggestivo, più notturno, immerso in una atmosfera fra il lounge e il jazz, e contiene alcune cover anche rischiose - “I belong to you” di Lenny Kravitz , “Falling in love again” di Eagle-Eye Cherry, “Back to black” di Amy Winehouse , “Perfect day” di Lou Reed , “Sorrow” dei Merseys (ricalcata sulla versione di Bowie in “Pin-Ups”) - delle quali in fondo si poteva fare anche a meno; le due migliori sono “Comment te dire adieu” (una canzone di Serge Gainsbourg portata al successo negli anni Sessanta da Francoise Hardy, anche in italiano col titolo “Il pretesto”) e “Suicide is painless”, tema del film M.A.S.H. di Robert Altman, recentemente ripresa anche da Marilyn Manson e prima di lui dai Manic Street Preachers . Il disco 2 si apre con un pezzo carino, “Doin' fine”, caratterizzato da un campionamento – o comunque da una precisa citazione – di “Daddy cool” dei Boney M (e infatti Frank Farian è fra gli autori del brano); seguono altre cinque tracce in chiave ballabile, una delle quali è un radio edit dance di “Someone else’s eyes” (traccia 1 dell’altro disco) e, delle altre quattro, due sono ancora cover: “Always on my mind” di Elvis Presley , rivisitata seguendo il modello della versione dei Pet Shop Boys , e “Let the music play” di Giorgio Moroder e Pete Bellotte (no, “This is not America” non è quella di Bowie). Il Cd si completa con altre cinque tracce che non sono altro che remix delle precedenti.
In sostanza, a stringere, da questo doppio Cd si poteva tranquillamente ricavare un solo Cd più che discreto, con punte di buona qualità; così, la merce è annacquata e l’effetto complessivo è inferiore al valore effettivo del lavoro. Che comunque, per essere il disco di una signora settantenne, non è affatto male: senz’altro meglio di quello che sanno mettere insieme certe sbarbine della scena contemporanea.

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