«SEMPER BIOT - Edda» la recensione di Rockol

Edda - SEMPER BIOT - la recensione

Recensione del 29 set 2009 a cura di Daniela Calvi

La recensione

Edda ha diviso i suoi ascoltatori in due. I primi sono i nostalgici, quelli che lo hanno sempre seguito e si sono domandati dove fosse sparito per tredici anni; sono quelli che vanno ai suoi concerti, sempre presenti, con le magliette del tour dei Ritmo Tribale del ’93, perché c’erano anche allora. I secondi sono quelli che Edda non lo conoscono, ne hanno sentito parlare, ma non ne sanno molto; quelli che non si sono domandati dove fosse sparito, perché non se ne sono nemmeno accorti. Quelli che mettono nel lettore cd “Semper biot” e si chiedono “Cosa diavolo è?”. Io, faccio parte dei secondi.
Parlare di questo album da profana sarà forse azzardato: questo disco, e me ne sono accorta piano piano, è uno dei lavori più attesi dell’anno. Il ritorno di Edda.
Ed eccoci qui. Edda è tornato, è tornano con dodici brani che si rincorrono, che sembrano un’unica canzone, un unico tema scolastico che per traccia potrebbe avere la frase: “La mia vita, e la vostra, in quaranta minuti”. E dentro c'è tutto, tutto il nudo e il crudo che serve per far arrivare brani come “Io e te” e “Snigdelina”, intensi per intenzioni e per le parole centellinate, messe così come vengono, come un rigurgito emotivo che non si può controllare. C’è la commozione e il (ri)sentimento che servono per poter cantare in “Milano” frasi come “Bucarsi tra la gente che ti guarda e dice '‘sto deficiente'”, che ad un primo ascolto può anche far sorridere… ma da sorridere, una volta che l’ascolto si fa più condensato, c’è ben poco. C’è da pensare, questo si. C’è da ascoltare e da non dire niente. E allora ascolti, entri nel mondo di Edda, e te lo immagini lì, che ti canta queste sporche parole rannicchiato sulla sua chitarra. Canta e invoca in “Scamarcio”, con il suo pianoforte picchiettato, l’assurdità delle sue parole e la voce; canta e prega in “L’innamorato”, con un contrabbasso che ti entra dentro, con la voce chiara e un po’ più morbida. Quella stessa voce che è la protagonista del disco, cosi struggente, in primo piano, capace di mettere parole come “Ikea” e “Dio” nella stessa canzone (“Fango di Dio”) o di cantare d’amore (alle volte inutile, come in “Amare te”), come in “Bella come la luna”, che si apre su un ritornello potente che quasi investe e lascia a terra.
Per qualcuno, Edda, non sarà cambiato. Per qualcuno’altro sarà un pazzo fastidioso che urla e storpia le parole. Per chi non ha pretese, invece, per chi lo assaggia per la prima volta, Edda avrà un sapore invasivo e un odore aspro... farà venire il bisogno di prendere boccate d’aria prima di ritornare ad ascoltarlo e a stridere i denti.

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