«13 DITA - Giovanni Allevi» la recensione di Rockol

Giovanni Allevi - 13 DITA - la recensione

Recensione del 11 feb 1998

La recensione

p>Ci siamo chiesti se questa recensione dovesse essere fatta da un critico di formazione musicale classica, che giudicasse "da competente" la preparazione e il talento del giovane pianista ascolano. Ma una serie di motivi ci hanno indotto a una critica "normale": dopo tutto questa si chiama Rockol, e lo stesso Jovanotti che "sponsorizza" l’operazione invita ad abbattere le presunte barriere che separano i vari tipi di musica e di riflesso vari tipi di ascoltatori. Se Allevi ha inciso questo disco lo deve a un artista rap, che ha fondato una sua etichetta, e che intende proporre questo tipo di musica a tutti, ma in particolare a chi solitamente si nutre di altre sonorità. Tra costoro ci siamo noi, e per costoro noi scriviamo.

Quest’ultima precisazione ci porta ad introdurre
la delicata questione dell’atteggiamento dell’ascoltatore di musica pop nei confronti della musica "colta". Un subdolo complesso di inferiorità fa sì che tutto ciò che è pop o rock venga consumato con passione, finché non si incappa nella musica considerata "di serie A" (di solito la classica, ma anche il jazz) che fa dire: "Beh, questa è un’altra cosa". Anche i critici rock ne soffrono: se un rocker "sciacqua i panni" in altre forme di musica in genere ne ricava stima e ammirazione. Spesso, a prescindere dai risultati. Un po’ come ritenere che gli scacchi siano un gioco più intelligente della briscola giusto perché lo si è sentito dire o perché non se ne sanno le regole.

Brutta cosa.
Ciò premesso, il problema cui si è accennato viene alla luce durante l’ascolto di questo album. Jovanotti è in un periodo di scoperta entusiasta di universi fino a ieri ignorati (per scelta o per pigrizia). E tanto pensiero positivo non poteva non lasciarlo folgorato davanti alle gimcane pianistiche di Allevi. Il quale ritiene probabilmente che "è del pianista il fin la meraviglia" e, novello Keith Emerson, a tratti si scaraventa in fughe supersoniche sui tasti (vedi il gran virtuosismo di "Toccata in 10/16" o la velocità fine a se stessa di "Improvviso n.1"), e a tratti culla l’ascoltatore con eteree passeggiate new age ("Il nuotatore", "Facoltà di filosofia", "Japan"). Più che Keith Jarrett, viene in mente Phil Aaberg della Windham Hill, che per carità, ha fatto dischi che hanno il loro perché, ma molto più meditati e motivati - e quindici anni fa. Spiace dirlo, ma in troppi frangenti "Tredicidita" (e perché mai questo titolo, fra parentesi, se non si vuole far pensare male?) manca di intensità, sembra artefatto, perché le invenzioni realmente notevoli (che non mancano, come in "Stella") si perdono nella voglia di strafare. Il delicato equilibrismo di "Anelli" è sintomatico in tal senso. Concludiamo avanzando l’umile ipotesi che Allevi si lasci prendere un po’ troppo la mano. Ma ciò a un pianista può essere perdonato, purché invece di desiderare tre dita in più, si affidi volentieri a cuore e cervello, che non gli mancano.

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