«MOGOLAUDIO2 - Audio 2» la recensione di Rockol

Audio 2 - MOGOLAUDIO2 - la recensione

Recensione del 27 mag 2009 a cura di Renzo Stefanel

La recensione

Per la prima volta Mogol ha il nome in copertina, sua antica aspirazione fin dai tempi di Lucio Battisti. Ma è cosa già detta. Dato che finalmente, dopo quasi 50 anni di carriera, l’uomo che un tempo chiamavano (inadeguatamente, secondo lui) paroliere vede riconosciuta, fin dal primo impatto dell’ascoltatore con un disco, la propria statura di autore, vien la voglia di scavarci un po’ dentro, ai testi di questo “MogolAudio2”.
Diciamolo subito: quello che si aspettavano tutti, cioè un tentativo di riedizione dei fasti battistiani, non c’è. Volutamente, non c’è. Gli Audio2, la band più battistiana di tutte, confezionano il loro disco meno battistiano. E Mogol sottolinea con forza come i testi scritti per l’album non somiglino a nulla di quanto da lui composto prima. Certo, magari qua e là ci sono assonanze puramente stilistiche, ma nulla di davvero significativo. Dato che Mogol compone sempre stando attento a ciò che la musica gli evoca dentro, è ovvio che ciò che ne esce a volte è il ritratto della sua vita di adesso, a volte della vita altrui come se la può immaginare ora. Inevitabile e necessaria, quindi, la distanza dalla produzione precedente, non solo per Battisti, ma anche per Riccardo Cocciante, Gianni Morandi, Adriano Celentano , eccetera.
Il disco si apre con il brano più controverso, quello che ha fatto parlare di sé sulla stampa per il “gran rifiuto”: è “La voce di un amico”, invito a Celentano, tra l’affettuoso e l’ironic,o a uscire - “e non solo nel tuo giardino” - perché “tutta la gente ti vuole vicino”. Il ritornello, che recitava in origine “Oh Adriano / Dammi la tua mano / Oh Adriano”, ora recita “Lo dico piano / Un aeroplano / Non si abbassa con la mano”. Si sa come è andata: ascoltato il brano in anteprima il Molleggiato avrebbe risposto con “una letteraccia” (così il “Corriere” dell’11 aprile), contenente la frase: “Ti diffido dall' utilizzare il mio nome”. C’è da dire che l’inaspettato contrasto Mogol-Celentano probabilmente sarà il solo motivo per cui verrà ricordata questa canzone: il testo infatti non è dei migliori di Mogol, che ci ha abituati troppo bene in passato. Ma forse quello che guasta tutto è proprio il sapere che il brano è una dedica personale. Perché versi che sicuramente hanno l’intenzione di allargare il discorso a chiunque, come “Non puoi fumarti gli anni più belli” o “Sei un ragazzo che ci dà la carica” sembrano poco centrati se ritorna in mente il fatto che lo scrivente è del 1936 e il destinatario del 1938!
Non è capzioso, sterile e villano generazionalismo. E so benissimo che chi vanta una lunga amicizia tende a chiamare “ragazzi” gli amici anche a ottant’anni, e che è giusto che sia così. Ma qui si ha l’impressione di una collisione tra l’intenzione di permettere a chiunque di riconoscersi nel testo (in soldoni, un appello a non aver paura degli altri) e il fatto che – testo cambiato o no – è oggettivamente difficile che a qualcuno non venga in mente Celentano quando si parla dell’avversione di un tizio per l’architettura moderna, per i politici d’oggi, per la caccia, e contemporaneamente lo si invita a fare ancora “tanti concerti”, a darci consigli, a fare “una pausa di almeno mezz’ora” e a farsi “vedere insieme alla gente”, stando tranquillo perché non gli farà niente. In particolare non appaiono risolti poeticamente due punti. Il primo è quando Mogol dice a Celentano “il tuo momento deve ancora arrivare”: ma come? Uno che dalla vita ha avuto tutto, che ha cambiato la musica italiana e che, pur in maniera controversa, è stato parte integrante della creazione della coscienza ambientalista nazionale? Ohibò. Il secondo è un gruppo di quattro versi, immediatamente successivo: “I cacciatori che hanno il fucile / Sparano ai passeri dietro il fienile / Noi lì nascosti dentro la paglia / guardiam quel fiore mentre si spoglia”. Una sorta di “fate l’amore e non la caccia”. Che già di per sé mi suona male (sia chiaro: sono anticaccia, animalista e vegetariano, quindi il problema non è di contenuto). Ma immaginarmi un ragazzo di 73 anni e uno di 71 nascosti nel fienile a spiare una bellezza al bagno! (Farei lo stesso discorso per chiunque avesse superato i 12 anni, sia chiaro anche qua). Non sto dicendo che Mogol volesse scrivere esattamente questo: forse è una semplice esagerazione poetica, forse un ricordo d’infanzia (ma non ci credo che ci fosse Celentano con Mogol, in quel fienile). Il punto è che non funziona: è involontariamente comico. Forse comincio a capire perché Celentano se l’è presa, sempre ammesso che sia stato lui a prendersela e non qualcuno del suo entourage. Non è la prima volta che Mogol scrive canzoni per un amico, anche criticandolo: ma la poesia di “Cervo a primavera” e “Tu sei il mio amico carissimo” (che possiamo sospettare dedicate a Battisti, magari sbagliando) come Alice non abita più qui.
Le cose però vanno meglio con il primo singolo scelto per la promozione radio, “Prova ad immaginare”: un brano che racconta il timore di una coppia che il proprio incanto svanisca. Lui si immagina senza di lei che corre “in moto verso un mondo sconosciuto”: un’espressione, “mondo sconosciuto”, che a noi battistian-mogoliani fa venire in mente la “terra senza serra / dove i frutti son di tutti” di “Due mondi” (1974), che si trova “oltre il monte”. Ma se allora quel mondo sconosciuto faceva gola, oggi il protagonista sente “il cuore che rallenta” e si chiede se “si sia fermato”. E se nei gloriosi anni ‘70 l’amore libero era una meta, un’aspirazione di civiltà, oggi, 2009, immaginare lei che dorme “stretta con un uomo sconosciuto” è un “incubo”. Meglio immaginare “in una vita intera quanto bene”. È un brano-spia della distanza ideologico-esistenziale del Mogol di oggi da quello di un tempo, lo stesso Mogol che dichiara a proposito di “Libertà”, sesto brano della track list (ci tornerò sopra a tempo debito) che “la libertà per me si concilia con il mio matrimonio, perché è quanto di meglio volevo”. E ne siamo felici per lui. Il testo nel suo complesso non è male: la descrizione della coppia felice nella natura è d’altro canto un luogo topico per Mogol (si pensi a “Due”, scritta per Cocciante). Colpisce però soprattutto, prima zampata del disco, il verso di apertura “L’acqua del ruscello, scorre, va”, che non può non ricordare l’epico incipit de “L’aquila”: “Il fiume va”. Un confronto interessante, che ribadisce quanto notato sopra: il Mogol di oggi è pago del suo amore, mentre quello di un tempo vorrebbe perdersi nel flusso delle avventure e degli amori evocato dallo scorrere delle acque del fiume; alla possanza quieta e tranquilla del fiume si è sostituita l’allegra tranquillità quotidiana di un ruscello. In tutti e due i casi la fuga verso nuovi amori è simboleggiata da un mezzo di locomozione meccanico: la moto oggi; “l’auto che va” e che “basta già a farmi chiedere se io vivo” nel 1971. Solo che la fuga un tempo era sognata e oggi è temuta.
“Mister Nessuno”, dalla grande apertura pianistica e melodica, uno dei brani migliori del disco, mette in scena un uomo abbandonato dalla sua donna. Ottima l’interazione parole-musica nei primi quattro versi: “Questa casa non mi piace più / come quel quadro tuo lassù / vorrei buttare quel divano che / odora ancora un po’ di te”. Versi che assumono un valore evocativo ben preciso, nella memoria dei battistiani: c’è lo stesso sguardo sulle cose che trattengono in sé la memoria di un amore finito che nel 1971 Mogol descriveva in “Vendo casa”. È lo stesso Mogol, su domanda, a suggerirlo: “Lì c’era uno solo, abbandonato, rimasto con la madre, che però non regredisce”. È vero: in “Vendo casa”, nonostante sembri che il protagonista si sia lasciato andare a un abbrutimento totale (l’erba alta, il melo da potare, il velo di polvere dappertutto, la cucina in disordine, i piatti sporchi da lavare, la vecchia poltrona strappata, la barba lunga, la dieta a base di birra e panini), la reazione all’amore che lo infiamma ancora è il desiderio di bruciare tutto. “Questo invece è un matto”. Infatti il tentativo di reagire seducendo un’altra, “una ragazza come te / forse ancor più bella” invitata a casa, fallisce miseramente: “ci ho provato, lo confesso ma / mi sentivo stretto lì, rinchiuso lì / in una cella / son rimasto in silenzio io / molto freddo e assente / per la prima volta in vita mia / quasi quasi impotente / anzi peggio, indifferente”. E qui, la nostra memoria può scatenarsi: il tentativo di tradimento richiama quello di “Innocenti evasioni” (1972), ma stavolta ha segno negativo e senza la lei ufficiale, ora desiderata, che arriva a impedire che si consumi la seratina; la “cella” in cui il protagonista si sente rinchiuso richiama alla mente il “tempio” in cui il protagonista di “Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi…” (1972) abbracciò la morte. Ma c’è qualcosa di più: perché a questo punto nasce il pensiero che lei si stia avvinghiando a un “Mister Nessuno” qualsiasi, pensiero condito però dalla certezza (eccolo, il matto che si illude) che comunque lei stia pensando al nostro protagonista. Insomma, c’è la speranza, contro ogni evidenza, che lei possa tornare, consumato il tradimento, così come avvenne ai tempi di “Comunque bella” (1972). E c’è un altro filo che collega il protagonista di “Mister Nessuno” alla precedente produzione mogoliana, stavolta a “Non è Francesca” (1967): lì si negava l’evidenza, restando fedeli all’illusione; qui ci si costruisce una realtà illusoria a scopo consolatorio (eppure “il ricordo, come sai, non consola”, si diceva nel 1972). Su questa illusione che diventa un’ossessione, come evidenzia il finale che ripete di continuo “mister Nessuno ti sta abbracciando / mentre tu invece mi stai pensando”, il protagonista costruisce un immaginario dialogo di riconciliazione con la lei perduta. Centrali, in questa sezione finale, i versi “Non è cambiato il nostro sentimento / e nonostante sia passato il vento / noi come erba ci siamo flessi a terra” che ricordano un aforisma mogoliano: “Flettersi al destino potrebbe servire a rabbonirlo”. Mogol assicura che questa canzone non lo rispecchia, perché l’atteggiamento del protagonista è contrario al suo modo d’essere. Eppure questa autocitazione potrebbe essere una spia del fatto che questo non è Mogol, certo, ma è un Mogol possibile: se Mogol non preferisse sempre la sincerità, ma proprio sempre, potrebbe essere così. Impressione confermata dal distico finale: “ci siamo odiati qualche volta, è vero, / rendendo tutto solo più sincero”. Un bel pezzo, un buon testo, anche se lontano dalla Grande Poesia di quelli che ho citato. Basti pensare a come in “Vendo casa” le cose diventino simboli con naturale trapasso, con felicissima rappresentazione dello stato mentale del protagonista: il velo della polvere che è quello del ricordo di lei; i “piatti sporchi da lavare” che ci evocano metaforici panni; la rima “amore / muore”; lo “strappo da cucire” che capiamo tutti non essere solo quello della vecchia poltrona; quella barba che è lunga, “come la volevi tu”, giustificazione per il proprio abbrutimento; la sequenza “un panino, una birra e poi / la tua bocca da baciare” che è quasi un’associazione libera freudiana. Qui, nulla di tutto questo, ma mica vogliamo che Mogol scriva sempre la stessa canzone, no?
“Il sorriso di un cactus” è il brano che più appartiene al vero Mogol, dato che è stato scritto pensando alla moglie: il succo del brano è che l’amore non è bello se non è litigarello, che non c’è rosa senza spine, eccetera (fedele al clima da baruffe tra Colombina e Arlecchino, alla spiegazione del brano da parte di Mogol in conferenza stampa, la moglie si è gustosamente inserita nel discorso rivelando che non è tanto facile neppure sopportare Giulio Rapetti). Se il succo non è originalissimo, è anche vero che è il modo di dire le cose ad essere importante. Il testo si rivela una dichiarazione d’amore totale che regala un momento intenso quasi da haiku giapponese (l’incipit “Come un biancospino in riva al lago / è fiorita la mia vita”) e apre link nella memoria dei battistiani: “Quando io ti ho incontrato / … / ti ho guardato e son morto” rammenta nella scrittura il “ricordo, sono morto in un momento” di “Mi ritorni in mente” (1969). Ma ovviamente ne diverge totalmente nel significato: là si vedeva l’amore “dissolversi nel vento”; qua “vivo per te / e resto lì a guardarti al buio / fin quando ti svegli e poi mi dici ciao / e stropicciando quegli occhi di bambina un po’ assonnata / tu mi fai un bel sorriso”. Proprio la descrizione della dipendenza totale dall’essere amato regala i momenti migliori del brano (bello anche “spero solo che arrivi sera / per aprire la porta e dirti ancora ciao / e tu arrivi correndo come un vento di primavera”) che diventa invece un po’ banalotto dove descrive i contrasti fra i due.
Anche “Questa sera l’universo” è una dichiarazione d’amore totale, senza remore o incertezze. Due innamorati sono al lago, dove passano la notte. Forse piove (“questa dolce musica che sembra diventar l’arcobaleno”). La prima strofa non è memorabile; invece il ritornello è un momento quasi ungarettiano, complice forse l’identità parola-verso che lo segna per gran parte: “minuscoli / frammenti / di stelle / che brillano nei nostri occhi”. Molto bello, a mio avviso. Così come l’inizio della seconda strofa: “Ma che silenzio tutto intorno: sembra quasi solido / sapore di baci che vanno sciogliendosi / piano nel buio”. Rompe un po’ l’incanto la posa involontaria da macho in vena di tenerezze che conclude la terza strofa: “Guardami in fondo agli occhi, dolce cucciola / e leggi bene cosa c’è / soltanto amore per te”. Una frase da Sylvester Stallone. Dato che mentre i due si baciano “diventa chiaro / e l’alba ancora non è”, il che implica che i nostri stanno passando la notte all’aperto, la situazione generale sembra essere lo sviluppo di quella suggerita nel 1985 in “Due”, scritta per Cocciante: “La corriera ha imboccato la campagna / e fra un po' saremo ai piedi della vigna / dove l'alba poi ci coglierà / insieme”. Il finale apre un altro link con la produzione precedente di Mogol: “Noi che siamo al centro dell’universo / resteremo sempre qui / di questo amore luminosi / abbracciati così” è una strofa che contiene un richiamo evidente, anche se non so quanto voluto, ad “Abbracciala abbracciali abbracciati” (1974) sia nell’ultimo verso che nel primo. “Abbracciala” si concludeva infatti con un bell’ “Allontaniamoci verso il centro dell’universo”. Anche qui la diversità tra i due pezzi è evidente: nel 1974 si parlava di coppia aperta e di spontanea tensione all’amore verso il mondo da parte della coppia, spostando il discorso quasi su un piano astrale, pre-natale, come ad indicare che i problemi di gelosia, possessività, dongiovannismo nascono dall’educazione che uomo e donna ricevono; ora invece la coppia basta a se stessa, comprende in sé l’universo, tanto che, se un tempo la tensione era a sentirsi parte del tutto, quasi quasi ora si potrebbe dire che il tutto diventa parte della coppia.
“Libertà”, come detto, è il testo che Mogol sente meno suo, adesso come adesso. Ma – sempre parole sue – è il ritratto di quello che è “stato da giovane”. E qui, un dubbio. Durante la conferenza stampa di presentazione del cd, Mogol ha chiaramente riferito il brano alla sfera dei sentimenti privati. E però il testo in sé è facilmente interpretabile dall’ascoltatore in senso più ampio. Gli unici riferimenti all’amore e ai sentimenti sono chiaramente metaforici, in quanto sempre rapportati alla libertà: “La mia vera amante sei”; “Ogni notte / faccio l’amore con te”; “Volo radente perché il sentimento si sparge leggero e va”; “Io ti amo e ti rispetto”. Ad avvalorare questa interpretazione, anche il comunicato stampa della casa discografica, che parla di “inno al libero arbitrio”, dell’ “importanza di essere artefici del proprio destino”, della “speranza di un futuro di reale uguaglianza fra gli esseri umani”. In effetti ci sono accenti lennoniani, stile “Imagine”: “Libertà / come il mare senza più frontiere / … / come terra senza più barriere”. Mogol del resto ha sempre detto di considerarsi un uomo libero. Non sarebbe il primo caso di una canzone nata da una situazione privata (in questo caso, il ricordo del se stesso di un tempo, appunto) che diventa un inno-manifesto: devo ricordare “Il mio canto libero” (1972) che nasceva dalla difficile situazione personale di Mogol, in rotta di collisione coi perbenismi della società e finiva per essere un inno di una generazione di fricchettoni che si trovava a vivere nei politicissimi anni 70 senza essere né di destra né di sinistra? In più, ci sarebbe da ricordare come ancora oggi Mogol soffra per la “leggenda nera” che lo ha colpito, insieme a Battisti, negli anni ‘70, come ha ricordato in diverse dichiarazioni, non ultime quelle al sottoscritto la scorsa estate.
Andiamo avanti. “L’ultimo ballo” è in realtà il primo brano del disco di cui è stato scritto il testo. Il tema è lo stesso di “Mister Nessuno”: la fine di un amore. Solo che qui il protagonista accetta la realtà dei fatti. Il testo è di buon artigianato, non memorabile, ma neppure brutto. Come spesso accade in questo disco, si segnala per la maestria nel fondere melodia e parole. Ma si sa, Mogol è un Maestro per qualcosa, no? E non solo per questo. Da notare il ritorno dell’immagine del “vento di primavera”, già usata, al positivo, in “Il sorriso di un cactus”: solo che qui il vento è “freddo” e la sincerità “comunque e sempre” porta dolore.
“Autostop” segna una ripartenza, ma un’altra volta è un testo più di mestiere che di grande ispirazione. L’inizio fa anche ben sperare: “Il destino riparte da qui / dalla strada in cui cammino”. Ma subito si perde in una serie di rime banali: “Dove vado chi lo sa? / Ma fa poco si saprà / l’avventura inizierà”. E ancora: “Io fra poco salirò / sopra un auto che non ho”. Brutto anche il ritornello (“Ehi, ehi / una mano me la dai?”), con un certo retrogusto anni ’60 che però non ha neppure il fascino del vintage. Il discorso è ovviamente metaforico: il viaggio come scoperta di se stessi attraverso l’incontro con gli altri. Solo che nessuno si ferma a raccogliere il povero autostoppista. Brutti versi come “Se non rallenti e te ne vai / probabilmente ti aspettano dei guai”, non sono in realtà un appello alla sicurezza stradale, ma la metafora di un mondo che corre, preso dai suoi affari, e non è disponibile all’incontro con l’Altro. Infatti, alla frenesia disumana del mondo d’oggi viene contrapposto un idillio bucolico che fa ritrovare il senso perduto degli uomini: “Ti sei fermato in questo prato, qui / ti sei sdraiato e resti lì / e guardi il cielo che si annuvola lassù / e non ci sei già più / e ti perdi nell’incanto del creato”. Come sempre, la natura e la naturalità sono il pezzo forte di Mogol, e in questo intermezzo la qualità del testo si innalza decisamente.
“Di notte Roma” sfodera un testo migliore della musica che lo sostiene (il contrario di quanto avviene in altri casi, in questo disco). L’argomento è ancora una volta il ricordo di una lei che se ne è andata con un altro. Ma qui l’atteggiamento non è né di rifiuto della realtà né di amara accettazione di essa: è uno stato d’animo di leggera malinconia (infatti “è quasi andato un anno ormai”) che porta il pensiero a lei, a quanto è stata importante (e lui lo ha capito troppo tardi), alla speranza che lei si ricordi di lui. Bella l’apertura paesaggistica, come al solito cinematografica in Mogol: “Di notte io riscopro Roma / di notte fonda verso le tre / sì, quando oramai non c’è, / non c’è nessuno / le auto non ci sono più / e la luce è diventata blu / e il mondo sembra sia un po’ più buono / e tu – tu dormi / mi domando dove dormi / e se c’è qualcuno adesso insieme a te”. Da segnalare il consueto accostamento tra il colore blu e i concetti di purezza, bontà, vero topos mogoliano.
Che però nell’ultimo brano del disco, “Il compromesso”, cambia segno: “Tu crederesti puro / il manto della neve / se fosse a macchie blu?”. Personalmente il dettato del testo qui mi ricorda il celeberrimo “Sarà al mentolo l’ultima scoria” di “Ma è un canto brasileiro” (1973). Ma è chiaro che dal punto di vista del significato i due brani non c’azzeccano nulla: un’invettiva contro il consumismo e la mercificazione della donna nel brano scritto per Battisti, un’ennesima baruffa d’amore in quello d’oggi. Superficialmente potrebbe sembrare la stessa situazione di “Il sorriso di un cactus”, ma non è così: là c’è un confronto che non mette mai in discussione le basi del rapporto, qui c’è un testa a testa molto più pesante. L’anafora di “Credi” (“Credi oppure no”; “Credi o no?”), sempre più insistente, unita al ritmo concitato dei versi, legati far loro da assonanze a volte pregevoli (“Credi oppure no / che il fior dell’innocenza / sopravviva all’arroganza / che a volte mostri tu?”), ricorda “Confusione” (1972): “Io perché non dovrei dirti tutto quello che sento nel cuore? / Io perché non dovrei parlarti di tutto, anche di un nuovo mio amore?”. Ma appunto, si tratta di consonanza stilistica e non di contenuto, ché le due canzoni non potrebbero essere più lontane: il brano tratto da “Il mio canto libero” è un’invettiva verso un certo femminismo cattocomunista; “Il compromesso”, come da titolo, vola molto più basso, cercando “qualcosa a metà / fra una notte nefasta / e un giorno di festa” (bella assonanza), accontentandosi di un piccolo cabotaggio salvavita nell’incontro-scontro “fra un integralista / e un permissivista”.
Curiosità: prima della “censura” celentaniana il disco aveva un'altra track list. La sequenza delle canzoni era questa: “Prova ad immaginare”, “La voce di un amico”, “L’ultimo ballo”, “Il sorriso di un cactus”, “Questa sera l’universo”, “Mr. Nessuno” (scritto così), “Autostop”, “Di notte Roma”, “Libertà”, “Il compromesso”. La nuova track list non solo suona meglio, ma esclude dal discorso amoroso prevalente nel disco proprio “La voce di un amico”, ponendola in apertura di lavoro. Pur non essendo neanche lontanamente un concept, la tematica d’amore del disco si articola così con maggiore consequenzialità: i timori che l’incanto si spezzi, l’incapacità di accettare il fatto compiuto, le (positive) baruffe d’amore, l’amore eterno di oggi, la voglia di libertà di un tempo, l’amara accettazione di un amore finito, la voglia di ripartire e ritrovare i contatti umani, la malinconica nostalgia di un grande amore, un esempio di baruffe d’amore negative. Non molto, ma meglio di prima: la cosa più significativa (ma potrebbe essere casuale) è che al centro del disco sta l’amore nella sua pienezza e ai suoi confini due rapporti problematici, anche se descritti entrambi con affettuosa ironia.
Concludendo, questo “MogolAudio2” è un disco di un certo pregio, certo lontano dalle grandi realizzazioni mogoliane degli anni ‘70 e dei primi ‘80, ma che, a parte qualche caduta di stile, mostra un Mogol decisamente più in forma rispetto alle ultime prove per Gigi D’Alessio - davvero non memorabili - e ancora in grado di sfoderare la zampata del vecchio leone. E, soprattutto, c’è un Mogol che non si guarda indietro: le consonanze con i brani del passato, infatti, esaltano differenze sostanziali di contenuto e a volte non sono per nulla riscontrabili. Direi che è una buona notizia.

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