«THE LIBERTY OF NORTON FOLGATE - Madness» la recensione di Rockol

Madness - THE LIBERTY OF NORTON FOLGATE - la recensione

Recensione del 20 mag 2009 a cura di Franco Bacoccoli

La recensione

Dieci anni fa, quando il mondo doveva ancora entrare nel secondo millennio, usciva l’ultimo album dei Madness. Era il novembre 1999. Da allora per il gruppo di “One step beyond” e “Baggy trousers”, fondato a Londra nel 1976, l’anno della “long hot Summer” dalla quale prese il via il punk, e discograficamente attivo dal 1979, c’è stata solamente una raccolta di cover. Maggio 2009, arriva “The liberty of Norton Folgate”. Il titolo si riferisce ad una vecchia zona, della quale a momenti non si ricordano più nemmeno i londinesi, dell’East End, più o meno tra la stazione di Liverpool Street e Shoreditch. La band, che –ricordiamolo- è stata alla deriva dal 1986 al 1992, torna sui propri cari passi enormemente più matura. “The liberty of Norton Folgate” non è un disco da sentire una sola volta prima di farsi un’opinione. Al primo ascolto si può pensare: “Ah, il ritorno dello ska”, e finita lì. Bella roba, il ritorno dello ska in un periodo in cui lo ska conta come il due di picche. Lo ska c’entra, naturalmente, ma è solo il letto sul quale viene servita una generosa porzione di piatto principale. Il solo difetto, se così si può dire, dell’album è che occorre essere interessati a Londra. Non bisogna necessariamente essere filobritannici, ma interessati alla vecchia Londra sì. Perché il disco è intimamente, o forse platealmente, basato sulla capitale. Non è certo una novità che i Madness siano da sempre legati a doppio filo con Londra, ma qui il legame è forse ancor più forte e sentito che in passato. Lo si evince da subito, con un titolo che la dice lunga: “We are London”, tutto molto Brit e con contrappunti di ottoni. I brani migliori sono probabilmente “Sugar and spice” e “That close”. “Sugar and spice”, apparentemente leggerina, e che curiosamente profuma di certe spezie avvertite su “Hunky dory” di Bowie, si rivela, al secondo o terzo ascolto, coinvolgente, deliziosamente malinconica, con un piede nei Settanta e l’altro nel ventunesimo secolo. Citazioni di vita quotidiana di una coppia: “Ci siamo comprati un appartamento a Golders Green, un frigo di seconda mano e una lavatrice, ti sei trovata una lavoro da Marks & Spencer”. E’ il ’79 o il 2009? “That close” pigia su un incedere sicuro, è quasi una marcia con un piano martellante, viene voglia di batterti col palmo sulla coscia e dire “sì” con la testa come un demente. Instant classic di Suggs e soci. In quasi tutti i brani affiora, e sarà l’ascoltatore a decidere se si tratta di un fattore negativo o positivo, una vena di ricordo e di tristezza. Sarà il fattore anagrafico, sarà perché la London Town del 2009 è davvero mutata rispetto a quella degli anni in cui i Madness erano poco più che ragazzini nella loro zona di Camden. Se in “That close” si dice “Ti ricordi quei giorni d’estate…”, in altri brani serpeggia ancor più deciso il rimpianto. Come in “Forever young”, uno ska-reggae sul passato che non c’è più, in “MKII”, pezzo triste giocato su tempi inusuali con vari stop-and-go, letti sfatti e una Jaguar che si allontana, in “Dust devil”, composizione con cuciture honky-tonk che potrebbe uscire da un bar il cui juke-box propone solamente 45 giri dei primi anni Ottanta. E, sebbene qualche pezzaccio scacciapensieri vi sia, vedi il trionfale “NW5”, non si è mai troppo lontani dal volgere lo sguardo al passato per cercare di capire chi si sia oggi. Lo ribadiscono “Rainbows”, canzone di prima botta skanzonata e trillante ma con risvolti malinconici, e “Idiot child”, in cui sembra di rivedere quelle foto della Londra anni Settanta con Bowie e Bolan che ridono assieme. Album da possedere goduriosamente per chi ha almeno una fetta di Gran Bretagna nel cuore; per tutti gli altri, forse meglio astenersi.

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