«TOGETHER THROUGH LIFE - Bob Dylan» la recensione di Rockol

Bob Dylan - TOGETHER THROUGH LIFE - la recensione

Recensione del 24 apr 2009

La recensione

Tipico, e già sperimentato, paradosso dylaniano: l’artista più analogico in circolazione, il più ostinatamente vintage e tetragono alle mode, che manda in fibrillazione la comunità digitale. Nelle ultime settimane i forum di Internet si sono scatenati alla ricerca di riferimenti letterari per il suo nuovo album (Whitman, i “Canterbury tales” di Chaucer); ancora di più sui motivi che sottendono alla scelta della copertina, una foto in bianco e nero di Bruce Davidson datata 1959 che ritrae le effusioni amorose di due giovani maschi sul sedile posteriore di un’auto (appartiene a una celebre serie di scatti sulla gioventà bruciata newyorkese di quegli anni, “Brooklyn Gang”). Poi sono arrivati i download e gli streaming in anteprima su Internet, oltre agli immancabili leak non autorizzati in anticipo sulla data di pubblicazione. E lui, il già mr. Zimmerman, immerso nei suoi pensieri a distanza siderale, con le orecchie immerse nel lontano e leggendario universo sonoro che lo affascinò da ragazzo: non più il folk archeologico di “Good as I been to you” e “World gone wrong”, roba ormai di quindici anni fa, ma un caldo e rustico sound anni Cinquanta con qualche propaggine Sixties, prima che sintetizzatori e computer venissero a scompaginare per sempre le carte e rompere quel delicato cristallo. I dischi della Sun Records e della Chess, Elvis e Muddy Waters, Memphis e Chicago come stelle polari: non lo diciamo noi ma l’esimio critico Bill Flanagan, e dunque potete fidarvi. Anche dell’altro, in verità: “Life is hard”, la canzone da cui questa raccolta di canzoni (tutt’altra cosa che un “progetto discografico”) ha preso le mosse, gli era stata commissionata da Oliver Dahan, il regista di “La vie en rose” su Edith Piaf, come commento sonoro per il suo nuovo road movie e sarà per questo che il pezzo ha un aroma intercontinentale, un po’ da taverna del Sud degli States, un po’ da Hot Club de France.
Il blues elettrico è indubbiamente la lingua ufficiale del disco: dall’introduzione nichilista di “Beyond here lies nothing”, umida e torrida, all’atmosfera spettrale di “My wife’s home town” che evoca Willie Dixon e “I just wanna make love to you”. Dallo stompin’ della scolastica “Jolene” allo zolfo di “Shake, shake mama”. Fino ai suoni densi, saturi di “Forgetful heart” con contorno inatteso di banjo appalachiano: perché questo è un blues imbastardito e reinventato, in cui domina la fisarmonica di David Hidalgo (Los Lobos) e le chitarre elettriche graffiano per poi battere subito in ritirata (“la gente non compra i miei dischi per ascoltare assoli”: così il Maestro a Flanagan, nella già celebre, saccheggiatissima e torrenziale intervista pubblicata a puntate sul sito ufficiale BobDylan.com). Saranno anche canzoni romantiche, come dice lui (più romantiche di quelle che popolavano “Modern times”), ma pullulano lo stesso di violenza, di killer e di pistole. Perché speranza e paura, spiega ancora il Sommo, “vanno sempre a braccetto, come una coppia di comici”. C’è un filo comune, nel suono nel tono e nel clima di un disco che non corre il rischio di annoiare: storie e personaggi possono trasportare la musica in Louisiana (il cajun/boogie rock di “It’s all good”: un altro falso allarme, dove niente va come dovrebbe andare), o sul confine texano-messicano. Come quando Ry Cooder suona con Flaco Jimenez (“If you ever go to Houston”, due accordi senza ritornello e atmosfera da sagra di paese al crepuscolo) o Willy DeVille intona le sue ballatone sentimentali e meticce (“This dream of you”). Ma questo è Dylan, e nulla è mai esattamente quel che sembra, avvolto in un immancabile velo di enigma e mistero. Sporcato, poi, da quella voce arrocchita da corvo nero che non promette nulla di buono all’orizzonte e tradisce stanchezza, cinismo, disillusione. Eppure, per quarantacinque minuti si batte il piede, si gusta l’impatto corposo della band (c’è anche Mike Campbell degli Hearbreakers, alla chitarra), e a volte viene persino voglia di agitarsi e ballare, non soltanto di arrovellarsi sui geroglifici e sui codici segreti nascosti (o solo immaginati) nei testi cui ha collaborato Robert Hunter, il paroliere dei Grateful Dead. Finisce che ci si commuove anche: soprattutto quando Dylan fa il Dylan, nella succitata “Forgetful heart” o in “Feel a change coming on”, timbro caldo e pastoso da “Basement tapes”, slancio lirico come ai tempi gloriosi della Band di Robbie Robertsons. E “Together through life” si beve d’un fiato, filante, piacevole all’ascolto e quasi leggero, se si sceglie di non scavare troppo in profondità. Ho detto una bestemmia, lo so, e che i dylanologi mi perdonino.


(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Beyond here lies nothing
06. Jolene
09. Feel a change coming on
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