«BURY THE HATCHET - Cranberries» la recensione di Rockol

Cranberries - BURY THE HATCHET - la recensione

Recensione del 20 apr 1999

La recensione

Non deve essere stato facile per i Cranberries venir fuori dal periodo successivo a TO THE FAITHFUL DEPARTED. Riassumendo: era l'album successivo a quello del grande botto internazionale, e quindi il momento in cui l'aspettativa e insieme la richiesta sono del tutto scollate dalla validità dell'offerta. Il gruppo, pur sfornando singoli interlocutori come "Salvation" e "Free to decide", non aveva dovuto porsi seriamente il problema di dare un seguito a "Linger" e "Zombie", visto che le cose marciavano alquanto rapidamente da sé. Differente il discorso all'indomani di quell'album: l'idea di fornire un sequel artistico a quello che poteva rischiare di tramutarsi in un marchio di fabbrica senza via d'uscita ha portato il gruppo a meditare lungamente sul da farsi. A questo si sono aggiunte vicende personali - maternità e paternità tanto per dirne due - che di certo hanno rallentato ulteriormente l'evolversi della vicenda. BURY THE HATCHET seppellisce discordie interne ed esterne, problemi e paranoie che spesso inchiodano alla paura di fare, e lascia uscire la musica. E' un album di canzoni in tipico stile Cranberries, e fin qui non diciamo niente di nuovo: quello che cambia è che la produzione - curata dal gruppo insieme a Benedict Fenner (Brian Eno, Laurie Anderson) - riesce a disegnare paesaggi un po' più vari di quelli che popolavano i precedenti lavori del gruppo. E in questo senso BURY THE HATCHET, pur essendo un lavoro costruito essenzialmente su sonorità robuste e chitarre spianate, è il punto più vicino al pop raggiunto dai Cranberries: del pop ha i colori di fondo, il giocoso alternarsi delle canzoni, la cadenza di "Copycat" e "Desperate Andy", l'andamento cantilenante delle melodie. Per il resto i Cranberries si confermano per quello che sono: una band capace di scrivere ottime canzoni, che nel caso di BURY THE HATCHET vengono fuori dopo qualche ascolto, e delle liriche a tratti suggestive ("Fee fi fo", dedicata al tema dell'abuso dei minori, e ancora "Saving Grace", "Desperate Andy" e la minacciosa "Loud and clear") e a tratti alquanto banali (da antologia dell'horror l'incipit del disco con la famigerata rima: "suddenly something has happened to me/ as I was having my cup of tea…". Sai in Italia i calci…! ). Al di sopra di tutto, naturalmente, la voce inconfondibile e ormai imitabile di Dolores O'Riordan, che ha saggiamente atteso che il pubblico smaltisse la sbornia di Cranberries fatta tre anni fa prima di riproporsi: e così, un po' per nostalgia un po' perché lei non calca la mano, l'album si ascolta con piacere e - a tratti - con qualche brivido. Insomma, c'è da dire che i Cranberries se la sono giocata bene in questa occasione, regalando al loro pubblico un album di belle canzoni e trasformandolo in un oggettino con cui qualsiasi fan potrà giochicchiare nel lettore cd, piuttosto che enfatizzare il loro ritorno con un album palloso. A fare il resto ci penseranno quelli che lavorano per loro - etichetta, management, media - e i concerti, dove dovrebbe essere abbastanza agevole dare risalto a canzoni come queste.

TRACKLIST

01. Animal instinct
02. Loud and clear
03. Promises
04. You and me
05. Just my imagination
06. Shattered
07. Desperate Andy
08. Saving Grace
09. Copycat
10. What's on my mind
11. Delilah
12. Fee fi fo
13. Dying in the sun
14. Sorry son
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