«MULE VARIATIONS - Tom Waits» la recensione di Rockol

Tom Waits - MULE VARIATIONS - la recensione

Recensione del 19 apr 1999

La recensione

Il primo colpo al cuore arriva dalla copertina. C’è lui, Waits, cappello in mano e sguardo sbieco all’obiettivo del fotografo, e dietro lo scatto di una schiarita lontana oppure la tempesta che sta per arrivare a chiudere anche quell’ultima via di fuga. È una foto, un acquarello, un sogno o un incubo? È uno spaventapasseri che ha preso vita, è sceso dal palo e cammina torvo per il campo. È un uomo chiuso in un cappottaccio nero che si protegge dalla pioggia appeso ad un ombrello. Dentro, in "Mule variations" vogliamo dire, c’è tanto blues da stendere chiunque, ci sono voci e latrati in lontananza, galli e pollai, chitarre che stridono e cigolano come lame di sega sul punto di spaccarsi, e tamburi e percussioni che di quei blues scandiscono l’ossessione ritmica. Ma c’è anche l’altro Tom Waits, quello dei pianoforti scordati che sembrano registrati mentre suonano dalla stanza accanto, quello dei lenti da anniversario, che li ascolti una volta e poi per il resto delle volte ti ricorderai di "quella volta" che li avevi ascoltati. "Mule variations" è anche un album denso di immagini vivide, che non si fa fatica a far confluire verso una ‘conversione’ come quella interpretata da qualche quotidiano ("non fumo più, credo in Dio, e mia moglie mi ha salvato la vita", tanto per dirne una): in realtà non c’è niente che Waits non abbia già detto e ripetuto più volte sin dagli esordi (ascoltatevi il testo di "I want you") e forse semplificare così su un disco come "Mule variations" è sin troppo comodo. Piuttosto che di ‘conversione’, parola usata a turno nei confronti di tutti i ‘maledetti’ del rock - quasi che riportarli nel recinto della ‘normalità’ rassicuri i re-censori sulla giustezza del proprio modus vivendi - si potrebbe dire che "Mule variations" è l’incarnazione di quel detto secondo cui "nessuna strada porta poi troppo lontano". Waits per un periodo ha vissuto a spron battuto - la sua normalità, intendiamoci - la sua vita da Re dei Bassifondi: nel fare questo non è stato né il primo né l’ultimo, ma sicuramente uno dei migliori. Raccontarlo ‘convertito’ solo perché agogna a una casa cui tornare ("Pony"), o grugnisce raccontando quadretti romantici ("Picture in a frame") e la fredda assenza dell’amore ("House where nobody lives") è sin troppo prevedibile. Piuttosto si dimentica di dire che "Mule variations" è uno di quei dischi in grado di salvarti la vita per una notte, di farti sentire benedetto e maledetto come sempre, alla fine, sono i personaggi delle sue canzoni, religioso in un’accezione tutta Waitsiana del termine, convinto cioè che nascosto lì, da qualche parte, ci sia qualcuno che ti vede e che probabilmente si sta facendo beffe di te, oppure non sembra neanche avere la fottuta voglia di guardare tutto ("Georgia Lee"). "Mule variations" non è l’ennesima fuga in avanti cui ci aveva abituato Waits con album come "Bone machine" e "The black rider", piuttosto è il risultato di quello che Waits percepisce dalla sua ‘camera con vista’ su se stesso, a metà tra sogno e realtà, tra romanzo e cronaca. Ed è comunque uno splendido disco, di quelli che fermano il tempo mentre li ascolti e non hai voglia di amici, telefonate o altro mentre pensi che sì, devi chiamarli tutti per farglielo ascoltare. Subito. Anche se è notte fonda.
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