«ELVIS RE:VERSIONS - Spankox» la recensione di Rockol

Spankox - ELVIS RE:VERSIONS - la recensione

Recensione del 14 gen 2009 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Il nuovo album di Elvis è stato masterizzato sul Lago di Garda. Sì, ed era forse dai tempi di Giorgio Moroder con Donna Summer che, lavorando alla consolle, un italiano non raggiungeva livelli di popolarità e importanza planetari. E’ il caso, stavolta, di Agostino Carollo, a.k.a. DJ Spankox, che è stato ufficialmente incaricato dalla Elvis Estate di resuscitare un’altra volta il Re del rock and roll a trentuno anni dalla sua dipartita da Graceland.
“Re:Versions” giunge sulla scia del remix di “Baby let’s play house”, talmente convincente da valere a Spankox l’onore di essere il terzo ‘manipolatore’ autorizzato del sacro materiale di Presley (dopo “A little less conversation” del 2002, firmata Elvis vs JXL e “Rubberneckin’” del 2003, a marchio Elvis vs Oakenfold). L’album – confezionato in un’elegante edizione digipack - contiene 11 brani e una bonus videotrack (il videoclip del brano “Baby let’s play house – (Spankox Re:Version)”, oltre a un booklet di 24 pagine con una raccolta di fotografie rare dell’artista, talvolta corredate di storiche dichiarazioni (Madonna, Jagger, Lennon, Dylan…).
Carollo, che è andato oltre il semplice re-mixaggio e si è occupato anche di riarrangiare i pezzi (a tratti con la collaborazione del fido Highpass), deve la propria reputazione al successo di “To the club”, vero inno dance del 2004, ed è oggi uno dei più quotati DJ del genere elettronica. Nell’occasione, si dimostra all’altezza del compito, perché lo affronta con il giusto equilibrio tra la creatività richiesta a chi fa cover e il sacro rispetto imposto dall’artista, dal catalogo e dai fans, alla schiera dei quali egli stesso appartiene. Se la selezione della tracklist è farina del suo sacco, inoltre, un altro applauso per lui: “Re:versions” pesca dal catalogo degli anni ’50, dal cuore del materiale Sun, e se è intuitivo aggiungere un po’ di groove a brani come il succitato primo singolo, o come “Heartbreak hotel”, “All shook up”,“Don’t be cruel”, “Jailhouse rock” e “That’s all right”, ben altro è restituire dignità a hit minori come “Blue moon of Kentucky”, trasformata in un piccolo gioiello psychabilly (e non a caso selezionata come secondo singolo) o “Too much” e “Just because”.
“Re:versions” è un album dissacrante per natura, e i fans sono divisi. A dividere è l’idea di lasciare che un suono degli anni Duemila interferisca con l’originale, che l’elettronica ‘sporchi’ il rock dei Fifties. Accettata quell’idea come un interessante tentativo sperimentale, ecco che Spankox è un’opzione eccellente, perché è al top della categoria; rifiutata quell’idea, diventa inutile parlare di opzioni. Qualcuno resterà offeso e penserà che questo disco equivale a uno sfregio, a un baffo dipinto sulla Gioconda. Ok. Ma è un baffo commissionato dal Louvre (quindi si sposti l’opera nella sala dell’arte contemporanea).

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