«ANGST IS NOT A WELTANSCHAUUNG! - Bernhard Fleischmann» la recensione di Rockol

Bernhard Fleischmann - ANGST IS NOT A WELTANSCHAUUNG! - la recensione

Recensione del 12 gen 2009 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Se si pensa alla scena elettronica austriaca degli ultimi anni il primo nome che viene in mente è quello di Kruder & Dorfmeister, paladini del genere downtempo. Se si pensa alla rinomata etichetta elettronica di Berlino Morr Music, i primi nomi che vengono in mente sono quelli dei tedeschi Lali Puna e Tarwater e degli islandesi Mùm.
In realtà di entrambe le categorie fa parte anche Bernhard Fleischmann (in arte B.Fleischmann), musicista viennese nato come pianista, in seguito batterista ed infine manipolatore elettronico.
Fino ad oggi l’artista, che fa la spola tra la capitale austriaca e quella tedesca, ha dato alle stampe tre album ufficiali (l’ultimo dei quali “The humbucking coil” nel 2006), numerosi EP, 7 pollici e via dicendo, ricevendo quasi sempre buone critiche dagli esperti e dal pubblico di settore.
Ecco così la sua nuova opera “Angst is not a weltanschauung!” (“La paura non è una visione del mondo”), un lavoro che si identifica immediatamente per una massiccia presenza di parole cantate (rispetto ai brani quasi sempre strumentali dei precedenti album), per il saliscendi emotivo/musicale e per un ospite di prestigio.
Partiamo proprio da quest’ultimo, la cui presenza è fondamentale in uno dei brani migliori del disco “Phones, machines and King Kong”: lui è Daniel Johnston, uno dei simboli dell’indie-rock lo-fi americano che qui canta la sua straziante “King Kong” (un mostro innamorato di una donna stupenda) prima a cappella, poi accompagnato dai beat prima cupi e malinconici e via via più leggeri di Fleischmann.
“24.12” è un altro ottimo simbolo di questo disco con la sua indie-tronica più classica fatta di beat minimal in sottofondo, tappeto indie-pop apparentemente solare, stroncato dal testo cantato dalla voce femminile di Marilies Jagsch: una donna alla vigilia di Natale vaga per le corsie di un supermercato gioendo per la scomparsa del marito (“Because my husband’s life ended / The asshole is gone / I celebrate life alone”).
Altri episodi degni di nota sono la strumentale/minimal “Last time we met at TT&T concert” con la sua fisarmonica a rendere il tutto più world, oppure l’iniziale “Hello” con la quale si inneggia al microfono, alla voce, alla melodia ed alla carta bianca per scrivere le canzoni o la conclusiva “Even glasses miss your eyes”, con il suo sound maledettamente cupo e malinconico ed il suo testo romantico. Altri episodi come ad esempio “The market” o “Playtime” risultano invece un po’ troppo minimali e alla lunga stancanti.
Insomma forse “Angst is not a weltanschauung” non è un capolavoro, ma è sicuramente un altro ottimo disco di musica elettronica da parte di un’artista ed un’etichetta che raramente hanno deluso le aspettative.

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