«LITTLE HONEY - Lucinda Williams» la recensione di Rockol

Lucinda Williams - LITTLE HONEY - la recensione

Recensione del 25 nov 2008

La recensione

I dischi di Lucinda Williams assomigliano sempre più a pagine di un diario pubblico. E questo “Little honey”, semiparafrasando James Joyce, a un sincero ritratto d’artista di mezza età. Passati i cinquanta, la rockeuse della Louisiana ha deciso di accelerare il passo: un disco all’anno, massimo due, lei che ci aveva abituati a pause lunghissime. “West”, il precedente, elaborava il lutto della scomparsa della madre sublimandolo in una musica densa, estatica, introspettiva (quel pesante fardello emotivo riaffiora anche qui, in uno scheletrico “Heaven blues”). Mentre ora il suo successore è di tutt’altro tenore, con un suono ruggente di chitarre elettriche a celebrare una rinascita e un nuovo amore. Le due cose, per la Williams, sono speculari: “Ho trovato l’amore che cercavo/ un amore vero, un amore vero/standomene in piedi dietro a una chitarra elettrica/un amore vero, un amore vero”: “Real love” e il disco cominciano così, parole schiette e terra terra che mandano in cantina le ambizioni letterarie di questa figlia d’arte (il padre, Miller Williams, è un poeta, traduttore ed ex professore di letteratura), una falsa partenza che tradisce la voglia di uscire dai blocchi e il riff feroce di un Doug Pettibone subito lasciato senza guinzaglio. Che sia probabilmente l’album più rock ed estroverso di Lucinda lo conferma l’ultima pagina: una cover rauca e grintosa di “It’s a long way to the top”, inno AC/DC della prima ora che rivela un altro amore finora tenuto nascosto. Non è tutto così, il nuovo disco, ma il messaggio e le intenzioni sono chiare. Meno romanzo in musica e più voglia di far casino. Qualche volta, ad esempio in “Honey bee”, la Williams rischia di finire fuori giri, sputacchiando un rockaccio sporco e un po’ ottuso e un testo che si fa notare soltanto per una sequenza di metafore sessuali degne di Robert Johnson o dei Led Zeppelin di “The lemon song”. E’ il pegno che si paga per le sue effusioni amorose (dirette a Tom Overby, coproduttore del disco), controbilanciato però da spettacolari fuochi di artificio, ché la sua è ormai una delle migliori rock band in circolazione in terra americana.
Lucinda stavolta piange lacrime di gioia, e lo fa in un bellissimo slow rhythm&blues che respira l’aria torrida di Etta James. Si diverte con l’ottantunenne Charles Louvin, leggenda vivente del country&western, a ricreare i ritmi ciondolanti del Grand Ole Opry e dei Sun Studios di Memphis (“Well well well”). E a restituire la visita ad Elvis Costello che l’aveva ospitata nel suo “The delivery man”, quattro anni fa: il loro duetto nashvilliano su “Jailhouse tears” (un divertente gioco di assonanze: le lacrime di gelosia diventano lacrime da galera) è magari un po’ troppo affettato ma divertente. Meglio “Circles and X’s” e la sua malinconia da Gram Parsons, comunque, o “If wishes were horses”, un’altra ballatona country di nitida bellezza accesa da una bella metafora poetica (“se i desideri fossero cavalli/io sarei proprietaria di un ranch”). Son tutte cose che la Williams ha già dimostrato di saper fare benissimo, con quella voce stropicciatissima che è la sua croce e delizia, ma ci sono anche delle sorprese: per esempio “Knowing” e “Rarity”, i pezzi più lenti, rarefatti, impegnativi e forse anche più belli del disco, soul cosmici alla maniera della Band e del Van Morrison antico con bellissimi contrappunti di flicorno, tromba, trombone e sax tenore. La prima è l’ennesima dichiarazione d’amore a Overby, la seconda un’ode accorata agli artisti troppo sensibili e originali per giocare al gioco del music business (con una citazione per Leonard Cohen). Affiora qui una Williams moralista e materna, la stessa che per “Little rock star” s’è ispirata (pare) alla parabola di Pete Doherty e delle tante comete bruciate del rock. Mentre canta quella ballata accorata e sanguinante Lucinda, che ha rughe e calli da cinquantacinquenne sotto la zazzera bionda e gli stivaloni da cowgirl, ha l’aria di una che ne ha viste tante, di storie del genere. E che magari le ha schivate giusto per un pelo.



(Alfredo Marziano)
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