«CROSSING DRAGON BRIDGE - Steve Wynn» la recensione di Rockol

Steve Wynn - CROSSING DRAGON BRIDGE - la recensione

Recensione del 23 mag 2008 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Steve Wynn è uno che ha capito con molto anticipo l'aria che tirava nella musica. Ha capito che, per uno come lui, era meglio mettersi in proprio: fare musica, suonare (e tanto), usare il web per creare e distribuire musica, anche gratuitamente. Fare musica destinata ai fan, e fare CD più “regolari” da mandare avanti anche sui canali tradizionali. E questo ben prima di Nine Inch Nails e Radiohead: fatevi un giro sul suo ricchissimo sito, www.stevewynn.net, e vedrete.
E dire che negli anni '80 la sua band, i Dream Syndicate, stava al pari dei R.E.M.. Oggi è un artista di nicchia, e anche questo su nuovo album – primo in diversi anni, dopo la parentesi della reunion con i Danny&Dusty formati insieme ad un altra leggenda degli anni '80, Dan Stuart dei Green On Red - è un disco di nicchia. Ma una cosa Wynn l'ha ben chiara: uno può capire i “trend” in anticipo, ma tutto è vano se la musica che si fa non è buona.
Wynn in questi anni non è mai sceso sotto la sufficienza, e se sentite i vari bootleg che lui stesso diffonde in rete, sentirete delle punte di eccellenza: è un gran rocker, Wynn. Non mancano neanche i motivi di interesse per questo album: è il primo album “da solo” dopo diversi incisi con una band stabile, e dovrebbe riportarlo verso le atmosfere di “Fluorescent”, terzo album solista ('94), uno dei gioielli misconosciuti di rock acustico di quel periodo.
Inciso in pochi giorni in Slovenia, a Lubjana (dove si trova il ponte del titolo), “Crossing Dragon Bridge”, è effettivamente un disco più minimale ed intimista delle ultime uscite di Wynn. Mostra una capacità di scrittura che, nel suo ambito, ha davvero pochi eguali: sobria, e diretta, elegante e sentita. Il tentativo di differenziarsi dai lavori precedenti in questo ambito si concentra soprattutto sugli arrangiamenti, che includono archi e qualche tocco di elettronica. Tutto molto sobrio e molto raramente fuori posto. Come dice lo stesso Wynn è un disco meno americano, uno di quegli album che non potresti fare a New York (dove Wynn vive) o nel deserto di Tucson, Arizona (dove ha inciso gli ultimi anni). Ma è questo il suo bello: Steve Wynn è e rimarrà un artista di culto, ma dischi come questo continueranno a fargli onore.

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