«WARPAINT - Black Crowes» la recensione di Rockol

Black Crowes - WARPAINT - la recensione

Recensione del 01 apr 2008 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Il 1973 è finalmente arrivato, e i Black Crowes sono tornati. Grondano blues e country, suonano sporco e forte, regalano magia.
La ricomparsa sulla scena dei fratelli Robinson – affiancati dal fedele Steve Gorman alla batteria, unico membro originale del gruppo insieme a loro; da Sven Pipien al basso, ormai un veterano della formazione; da Adam MacDougall che ha sostituito Ed Harsh finally alle tastiere; e da Luther Dickinson, figlio d’arte (del produttore Jim) e ex North Mississippi Allstars, entrato al posto di Marc Ford – ha preso forma con “Warpaint”, registrato a Woodstock in sole tre settimane e pubblicato dalla nuova etichetta del gruppo, la Silver Arrow. Un ‘dipinto di guerra’ che trasuda sonorità autenticamente (e non nostalgicamente) Seventies, che fanno il paio con la cifra estetica del frontman: Chris è un vecchio hippie duro e puro che crede nel potere salvifico della sua musica, che sa che la musica è l’unico codice con cui riesce a comunicare col fratellino Rich. E stavolta entrambi sono in splendida forma: quella voce in primo piano, accorata e lancinante, è di nuovo fusa a meraviglia con gli accordi stonesiani, e le armonie sono al livello di “Southern Armony…” e “Amorica”, grazie a una chimica che probabilmente si spiega solo con il sangue.
“Warpaint” è un piccolo evento perché giunge a sette anni dall’ultimo album in studio, a due anni da una reunion provvisoriamente solo live, a quattro anni dal momento in cui Chris e Rich ricominciarono a parlarsi dopo… essersi presi una pausa di due anni (il primo telefonò al secondo per annunciargli che lo aveva reso zio con la nascita del piccolo Ryder da Kate Hudson, da cui divorziò poi nel 2006). Ma soprattutto, forse, perché tra l’esordio al fulmicotone di “Shake your moneymaker” (1992) e l’uscita di “Lions” (2001) dei veri Black Crowes era rimasto il mestiere, mentre si era spento il fuoco. Bene, ora i Corvi sono incandescenti e suonano meglio di sedici anni fa.
"Goodbye daughters of the revolution" apre l’album con decisi toni blues, ma è pur sempre un blues alla Black Crowes: uno stile che, fin dal loro esordio, li ha fatti accostare agli Stones e agli Allman Brothers per la capacità innata di miscelarlo col country e col rock. Meno intensa ma altrettanto ruvida è, su questa falsa riga, “God's got it”, l’unica cover del disco (l’autore è il Reverendo Charlie Jackson). Ma conviene ascoltare “Warpaint” con l’approccio di chi lo ha inciso, come una fantastica jam session, una naturale cavalcata tra stili diversi e parenti tra loro, una contaminazione selvaggia, libera e figlia di una smisurata cultura dei suoni e delle origini del rock. Ecco allora “Oh Josephine” - marchio di fabbrica: una ballata semi-acustica di gran classe su cui Chris e Rich hanno puntato molto – bilanciata da “Walk believer”, un pezzo invece quasi heavy, in cui si mettono in mostra l’attitudine e la solidità di Gorman; oppure il folk di “Whoa mule” smussato da "There's gold in them hills", che riprende in parte i migliori Eagles; o ancora le chitarre meravigliosamente intrecciate alle tastiere nel puro southern rock di “Evergreen” liberarsi poi negli assoli di Luther Dickinson in "Movin' on down the line”.
Da una band come i Black Crowes critica e pubblico, all’unanimità, si aspettano freschezza nella tradizione, non innovazione; profondità, non sperimentazione; gioco di squadra, non vetrina del talento; analogico, non digitale. E si aspettano una ricompensa per avere stoicamente malcelato la delusione per “Lions”. La morale? I fratelli litigano ma le band restano: “Warpaint” è puro vintage rock and roll.

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