«LIVE OVER EUROPE 2007 - Genesis» la recensione di Rockol

Genesis - LIVE OVER EUROPE 2007 - la recensione

Recensione del 06 dic 2007

La recensione

Nel libro appena uscito per De Agostini, “Revelations”, Tony Banks confessa di avere in scarsa simpatia gli album dal vivo. Eppure, nella discografia dei Genesis ricorrono con una certa frequenza: prima di questo doppio cd, ricorderete, ci sono stati il “Live” del 1973, “Seconds out” nel ’77, “Three sides live” nell’82 e ancora i due volumi di “The way we walk” (“brani corti” su un disco, “brani lunghi” sull’altro) usciti nei negozi dieci anni dopo. Il motivo? Banks e gli altri sono gente ambiziosa ma anche pragmatica, e questa non è la prima volta che si piegano ai suggerimenti del marketing e alla ragion di stato. In questo caso, poi, c’era un’occasione storica da celebrare e documentare, il “Turn it on again tour” che ha riunito tre quinti della formazione storica, senza Peter Gabriel e Steve Hackett ma con quel Phil Collins che marcava visita da quindici anni. Detto fatto: i magnifici tre hanno preparato un collage, appiccicando una all’altra le esecuzioni migliori o preferite tra quelle registrate durante l’intero tour europeo (e sembra di capire, facendo due somme, che Roma sia stata una delle tappe più fortunate, assieme a Manchester). I veri fan di solito gradiscono poco questi cut-up, preferendo avere a disposizione i concerti interi: stecche e incertezze comprese, warts and all come si dice. Potranno sempre consolarsi col fatto che quegli show avevano una scaletta rigida che qui è riprodotta per intero, in esatta sequenza. O eventualmente con gli “instant live” acquistabili sul sito TheMusic.com, data per data (compresa quella a Roma del 14 luglio). Chi al Circo Massimo c’era o avrebbe voluto esserci, infine, potrà sempre pazientare fino al prossimo mese di febbraio, quando nei negozi arriverà il dvd “When in Rome”.
Di quello show, e del tour intero, si è già detto e scritto molto, e solo gli esegeti più scafati sapranno leggere in controluce tra i bit di questi due cd le più piccole sfumature e differenze. Che fossero un gruppo da tempo inattivo, sinceramente, non lo danno a vedere: la ruggine non si vede e non si sente e la macchina è oliatissima, implacabile come una catena di montaggio: più showbiz che anima, questo è sicuro. Dove non arriva più col falsetto e con gli acuti, costringendo i compagni a cambiare tonalità e a rallentare il ritmo, Collins sopperisce col mestiere e con timbriche più calde (“Carpet crawlers”, ultimo bis e sempre bellissima), mentre Banks e Mike Rutherford, con l’aiuto di Chester Thompson e Daryl Stuermer (Genesis ad honorem, ormai, che recitano a memoria la loro parte) spaziano con assoluta nonchalance dal prog dei ’70 – giusto un cenno, per la verità – agli hit formato radio degli anni ‘80. La scaletta l’hanno dosata col bilancino del farmacista, pensando al pubblico più che a se stessi in omaggio a quel vecchio adagio del mondo dello spettacolo che predica di dar alla gente quel che vuole. Anche così si spiega l’abbondanza di ripescaggi dal best seller “Invisible touch”, e l’approccio generoso al dimenticabile “We can’t dance”, mentre neppure stavolta c’è qualcosa di antecedente a “Selling England by the pound” (1973): da lì arrivano una “I know what I like” con cui Collins e il suo tamburello sono sempre andati a nozze e una “Firth of fifth” mutilata e con pallidi riflessi dell’antico splendore. I nostalgici dell’era Gabriel troveranno magra consolazione in una “In the cage” (in medley con “Cinema show” e “Duke’s travels”) che quasi stride con il resto, serrata, intensa e claustrofobica com’è; e meno male che il trio ha voglia di ricordarci che quel primo disco senza l’Arcangelo, “A trick of the tail”, non era niente male (“Ripples” spinge il pop melodico giusto ai confini del mainstream) e di mollare il freno, ogni tanto: ecco allora i due tempi di “Home by the sea”, le “conversazioni sulla seggiola” tra Collins e Thompson (il classico doppio assolo di percussioni), i cambi di tempo e di atmosfere di “Los endos”. Il resto, a parte la nervosa parentesi techno dark di “Mama”, è tutto affidato a midtempo mansueti e a ballate da accendino: “Turn it on again”, “No son of mine”, l’iperzuccherosa “Hold on my heart”, “I can’t dance”, “Follow you follow me”, la bella e delicata “Afterglow” (da un album sottovalutato come “Wind and wuthering”). Sono i Genesis da stadio, e c’è da scommettere che in tanti saranno soddisfatti così, anche se non avere davanti agli occhi il palco disegnato da Mark Fisher e le luci ideate da Patrick Woodroffe non è un handicap da poco. Chi invece non si accontenta del solito “spezzatino di agnello”, di un “The lamb” appena sfiorato, continui pure a tenere le dita incrociate: sarà l’anno prossimo, magari, l’anno della “vera” reunion?



(Alfredo Marziano)
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