«EAT ME DRINK ME - Marilyn Manson» la recensione di Rockol

Marilyn Manson - EAT ME DRINK ME - la recensione

Recensione del 13 giu 2007 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Forse, provocatoriamente parlando, “Eat me, drink me” avrebbe potuto portare la firma di Brian Warner, al posto dell’usuale pseudonimo Marilyn Manson. Per quale motivo? Probabilmente la nuova fatica discografica di “Mazza” è la sua opera più intima, quella che più vuole far sapere al mondo chi è davvero la persona che si cela dietro al personaggio del Reverendo. Sicuramente è ancora troppo presto per un passo del genere, ma la strada imboccata potrebbe essere quella, dato che lo stesso musicista dell’Ohio ha dichiarato: “E' un disco meno choccante, anzi umano. La gente si attende che sia provocatorio, ma lo choc sarà invece scoprire che non lo è. Non è vero che io non sia la stessa persona quando sono in scena. Certo che Brian Warner e Marilyn Manson sono due persone diverse, ma in un certo senso ho cercato di metterle assieme su questo album”.
Manson è reduce da un periodo di depressione dovuto a varie cause, una delle quali è la fine del suo matrimonio con la spogliarellista Dita Von Teese che pare averlo lasciato per un suo presunto alcolismo e/o per un accertato flirt con l’attrice diciannovenne Evan Rachel Wood (la sua attuale compagna).
In questo album Marilyn ha voluto mettere tutte quelle cose che gli sono passate per la testa in questo periodo, molte delle quali riguardanti l’amore espresso in varie forme: alcune più “umane”, altre più bizzarre e consone al personaggio.
La prima cosa che si nota in “Eat me, drink me” è un sound diverso, più rilassato e dilatato rispetto ai precedenti capitoli. Si possono incontrare espanse atmosfere alt-metal alla Tool (“If I was your vampire”, “Evidence” o l’ottima title-track), ma anche inaspettate sonorità brit-rock dall’incedere allegro come “The red carpet grave” o il singolo “Heart-shaped glasses” (il cui video riprende “Mazza” mentre copula con la sua nuova fiamma). Non mancano, anche se sono nettamente in minoranza rispetto al totale, i tipici brani in stile Manson a base di ritmiche rock, tinte dark e ritornello “violento” come “Mutilation is the most sincere form of flattery”, “Are you a rabbit?” oppure “You and me and the devil makes 3” (che odora molto anche di Nine Inch Nails), così come buone dosi di assoli chitarristici che ricordano il rock-heavy anni Ottanta (“They said that hell’s not hot” e “Just a car crash away”). Capitolo a parte lo meritano i testi: intrisi di decadentismo, perversioni, morte, sangue e schifezze varie, ma mai come questa volta anche urlanti disperatamente d’amore, un sentimento incendiario che travolge tutto quello che trova (“Love is a fire, burns down everything/everything will burn, everything you say” da “Just a car crash away”). Insomma “Eat me, drink me” si può elogiare per il suo ridimensionamento del personaggio Marilyn Manson (cosa che forse non piacerà ai fan più accaniti), mostrando effettivamente un lato più umano e vero di Brian Warner. Musicalmente però, a parte un paio di interessanti episodi, il disco non offre molti spunti veramente degni di nota, anche se forse, grazie alle evoluzioni sopra citate, riuscirà nell’intento di far entrare un paio di singoli nelle orecchie di ascoltatori non propriamente abituati al genere.
La strada per il cambiamento è lunga e tortuosa Brian…

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