Recensioni / 12 giu 2007

Bruce Springsteen - LIVE IN DUBLIN - la recensione

Recensione di Giampiero Di Carlo
LIVE IN DUBLIN
Columbia (CD + DVD)
Spiegare perché si dovrebbe ascoltare, o acquistare, un nuovo disco dal vivo di Bruce Springsteen è cosa inutile per i suoi fans duri a morire. E’ cosa ardua provare a spiegarlo a tutti gli altri, ma tentiamo.
Credo che il pubblico del Boss si possa ripartire, in quote che mi sono ignote, in due fazioni: quelli che tremano quando lascia da parte la E Street Band e quelli che, invece, gioiscono all’idea che l’artista accantoni il gruppo per ritirarsi in una sfera più confessionale, cantautorale. Io faccio parte del primo schieramento perché trovo che la grandezza di Springsteen stia nella spontaneità con cui sintetizza l’eredità di Elvis con quelle di Woody Guthrie e Bob Dylan. Faccio fatica a rinunciare alla componente musicale, all’attitudine rock, all’elemento di intrattenimento che, nel suo caso, è di tale qualità e spessore che può tranquillamente infilarci dentro massicce dosi di attenzione sociale senza turbare minimamente nemmeno i più scettici e superficiali.
A un concerto di Bruce Springsteen puoi ballare e piangere senza ritegno. Ma che accade quando trasferisce quel concerto su un supporto?
Nel caso di “Live in Dublin” occorre rifarsi al periodo immediatamente precedente , quello in cui ha riunito nel salotto e nello scantinato di casa sua una trentina di musicisti per incidere “The Seeger sessions”, ricavando un distillato di ‘americana’ nel quale dixieland, folk, country, blues, gospel e rock sono felicemente fusi. Portando on the road l’album, il Boss ha saputo sprigionare un secolo di tradizioni musicali attraverso un palco affollato di musicisti non eccelsi ma capaci, stipati intorno a lui come una band di paese schiacciata in una via troppo stretta ma altrettanto compatti sulla scena, nell’esecuzione e nel suono. All’ascolto di “The Seeger sessions”, che è comunque un album folk, molti fans hanno optato per saltare un giro quando si è trattato di decidere se andare al concerto. Hanno commesso un errore madornale, si sono persi un’esperienza fantastica, non hanno potuto partecipare alla solita catarsi collettiva. Sopra ogni cosa, però, hanno mancato l’occasione di ammirare Bruce Springsteen in veste di gran cerimoniere, di direttore d’orchestra e di patriota autentico: sì, un super americano che tratta la musica come cultura proprio perché è materia popolare e da cui sa trarre i valori sani del più pazzo esperimento di democrazia del mondo. In un’epoca in cui le stelle e strisce sono all’acme dell’impopolarità, il Boss ne è comunque un testimonial eccezionale, consapevole delle enormi magagne, incurante del rischio di essere sé stesso e, quindi, ancora più credibile e amato. Sotto un profilo più strettamente musicale, lungi dal tentare la fusione a freddo, Bruce ha sublimato il rock and roll show staccando accuratamente tutte le etichette dai generi che lo contornano e che sono nel suo dna, con risultati davvero speciali. La logica da greatest hits, alla quale i live album difficilmente sfuggono, è solo in sottofondo; Springsteen, invece, ha tentato di elevarsi a un livello superiore, accompagnando il folk nella dimensione dell’hi-tech, regalando alla tradizione un segnalibro digitale composto da due CD e un DVD spettacolari. E se per i CD è sufficiente lasciar parlare i 23 brani della tracklist (né d’altra parte potevano sussistere dubbi sulla cura maniacale con cui il Boss ne avrebbe curato editing e suono, con la collaborazione dei soliti Jon Landau in veste di co-produttore esecutivo e di Bob Clearmountain al mixer), il DVD stupisce per la qualità delle riprese, per le nove telecamere utilizzate, per quel taglio che, a tratti, applica al concerto i canoni del documentario.
“Live in Dublin” può funzionare come parziale risarcimento per quell’occasione persa o, all’opposto, come ‘rewind’ di un meraviglioso concerto visto (uno di quelli italiani, magari). Può stupire perchè dimostra che banjo e violini sanno essere potenti come le chitarre elettriche, che lo swing non è per signorine, che il gospel non stucca, che per impreziosire certo country stolido dei ‘red neck’ basta un controcanto in stile soul. Può rivelare anche come un classico non conosca confini quanto ad arrangiamenti o cover (vale per i capolavori dell’artista, come “Atlantic City” su tutti; o per i tradizionali come “When the saints go marching in”).
Ma forse, se proprio dovessi convincere qualcuno ad ascoltarlo (e vederlo), gli direi che con “Live in Dublin” si ritroverebbe Pogues, Blues Brothers e E Street Band in un colpo solo. (Sì, tutti su un palco).