«FINGERS & THUMBS - Polly Paulusma» la recensione di Rockol

Polly Paulusma - FINGERS & THUMBS - la recensione

Recensione del 10 mag 2007 a cura di Paola Maraone

La recensione

Tutti dobbiamo crescere. E’ toccato anche a Polly Paulusma. Che, in meno di tre anni: è stata paragonata a Beth Orton e Norah Jones, ha pubblicato un disco di successo, “Scissors in my pocket”, ha girato il mondo per promuoverlo, è rimasta incinta, è diventata mamma, ha fatto un nuovo disco – eccolo.
“Fingers & thumbs”, come recitano in questi casi i comunicati stampa, ha tutte le carte in regola per bissare il successo del disco precedente: la voce di Polly resta peculiare, vagamente straniante e provocante, sempre accattivante, le melodie gradevoli e in ottimo equilibrio, i testi profondi come quelli dell’album di debutto. E c’è questa sua continua, fin troppo dichiarata ricerca della soluzione meno ovvia, questo suo privilegiare sempre la seconda parola che viene in mente e non la prima, questo coraggio – ma è poi sul serio coraggio, oggi come oggi? – di mescolare potenti riff di chitarra a momenti di musica rarefatta e atmosfere sospese.
Questo suo stare ai margini del mainstream, questo scivolare lungo i bordi senza mai allontanarsene del tutto. Come in “Ready or not”, che è radio-friendly e assieme vagamente malinconica e disturbante, e qualche angolo del cervello ci porta alla mente addirittura i vecchi Cranberries. O in “Goodgrudge”, che apre l’album, o ancora in “This one I made for you”: flusso di coscienza + evoluzioni vocali = canzoni potenti, che lasciano il segno, la cui bellezza però non è mai davvero autenticamente un-conventional. Sarà che attraversiamo un periodo di estremo rigore moral-musicale e che vediamo il calcolo anche dove non c’è. Sarà che le liriche qui non sono mai scontate, ma neanche sorprendenti fino in fondo. A “Fingers & Thumbs”, per avvicinarsi alla perfezione, manca in sostanza un po’ di sfrontata audacia (come del resto anche a “Scissors in my pocket”). Il che non gli impedisce di essere un bel lavoro, per carità, ammesso che apprezziate le cantantesse esistenzial-intimiste: roba a cui tornare volentieri con le orecchie e con il cuore, alto livello, delicatezza, sensazione di inspiegabile e diffusa malinconia, originalità. I pezzi migliori per noi restano quelli più dilatati e scarni: “Fingers & Thumbs”, e il brano di chiusura “Matilda”, con quell’aria da Apocalisse incombente, fine del mondo a cui è impossibile (controproducente?) sottrarsi. Un bel romanzo di David Grossman s’intitola “Che tu sia per me il coltello”: secondo lo scrittore dovrebbe essere questo il ruolo dell’amore, e della passione. Forse anche della musica, aggiungiamo noi. E se è vero, Polly può sforzarsi ulteriormente e affilare ancora le sue lame: per scalfirci un po’ più nel profondo, la prossima volta.
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