«BECAUSE OF THE TIMES - Kings Of Leon» la recensione di Rockol

Kings Of Leon - BECAUSE OF THE TIMES - la recensione

Recensione del 09 mag 2007 a cura di Giampiero Di Carlo

La recensione

Si tratta di avere tempo. Altrimenti si rischia di rimanere delusi, di restare confusi. Con un po’ di tempo, invece, “Because of the times” riesce a dispiegare la sua potenza, a rivelare la qualità, a mostrare gli strati sonori da cui è composto. A chiarire che i Kings Of Leon sono, sopra ogni altra cosa, un gruppo molto libero (nello spirito e nella vocazione artistica) e viscerale (questa è una lunga ‘studio jam’ prima ancora che un album).
Per cominciare, ecco un’auto e una ragazza incinta. "She don't care what her mama said/She's gonna have my baby". Donne e motori? Disperazione on the road? La voce strozzata e urlante di Caleb Followill in “Knocked up” racconta una pillola di saga americana, una ‘fuitina’ del West in cui il più antico dramma del mondo diventa avventura, sfida e orgoglio. E la sua band lo rende credibile: lascia che Nashville sia invasa anche dal suono degli U2, che le chitarre acustiche siano sopraffatte da quelle elettriche, e la cacofonia apparente inizia ad avere senso. Attesi da oltre sette anni per mostrare al mondo se sarebbero riusciti a spiccare il balzo dalla fama alla grandezza, i Kings Of Leon se ne fregano e ci danno il benvenuto con un pezzo di ben sette minuti, in faccia alle regole della programmazione radiofonica.
“Because of the times” (sempre con Ethan Johns in produzione) è il migliore disco dei KOL finora, e rende testimonianza di una formazione diversa da come l’abbiamo conosciuta: più esperta, non più matura; più curiosa, non più malleabile; priva di timori reverenziali, inibizioni e schemi fissi, difficile da incasellare in qualche categoria, forte di fondamentali migliori ma ancora priva di quella cultura musicale che ne impaccerebbe le intenzioni e i movimenti. Il singolo “On call” rende abbastanza bene l’idea, con quella miscela di roots rock sporcata da accenti punk, interpretata da una garage band sempre più in controllo (la sezione ritmica è più oliata; il chitarrista è più aperto a suoni nuovi; il cantante sta facendo un marchio di fabbrica di quel suo mangiarsi le parole e mugugnare tra le urla).
Non è tutto oro: “True love way” è ordinaria, “Camaro” è facilotta. Eppure, prendendo questo album come un blocco unico da sezionare il meno possibile (dopo tutto è così Seventies…), il paragone corre a una casa accogliente, costruita su fondamenta robuste e con una struttura di prima qualità, che però concede ben poco alle rifiniture; non si cura dell’estetica musicale ma poggia su melodie solide e autentiche. E’ tutto cuore e anima, come i quattro ragazzi che, lungi dall’essere modelli tecnici, stano facendo progressi inattesi così rapidamente.
Non sono sicuro che sia corretto scegliere per questa band un punto di paragone; ci si potrebbe riferire, eventualmente, a gruppi come Lynyrd Skynyrd e Black Crowes, e nel caso diremo senza dubbi che fin dall’inizio espressero un Southern rock migliore, più convincente, più sexy e più fluido. Ma per i Kings Of Leon di oggi, essere rudimentali è un punto di forza decisivo, che li rende originali ben oltre la rocambolesca biografia che ne ha agevolato la rassegna stampa.

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