Recensioni / 27 mar 2007

Simply Red - STAY - la recensione

Recensione di Gianni Sibilla
STAY
Simplyred.com (CD)
Gli artisti cambiano idea spesso, e non bisogna mai credergli quando pubblicano un disco dicendo che è un “volume 1” di un progetto in più parti. Quasi sempre si perdono per strada le puntate successive. E' successo con molti musicisti, pure con i Simply Red, che due anni fa pubblicarono “Simplified” una raccolta di canzoni “vecchie” rielaborate in versione “semplificata”. Seguirà, dissero, “Amplified”, un disco di canzoni rielaborate in versione veloce. Quel disco non è mai arrivato, in compenso ecco “Stay”, album di inediti, anticipato da una strana strategia: un singolo, “Oh! What A Girl!” ben sei mesi fa, e solo adesso l'album completo, dopo un altra canzone in rotazione da qualche settimana, “So not over you”.
Si può leggere “Stay” come il primo vero disco di inediti della band di Mick Hucknall (che, si sa, è il proprietario del “marchio” attorno a cui ruotano diversi musicisti). Il precedente album di studio, “Home” (2003, il primo da indipendenti dopo la fine del contratto con la Warner), aveva diverse cover. Qua ce n'è una sola, “Debris” dei Faces. Il resto sono 10 canzoni, tutte firmate o co-firmate da Hucknall. Sarà, ma la sensazione ma la strategia e il disco sembrano suggerire un po' di confusione. “Stay” è infatti un disco di maniera, appena quello che ci si aspetta dalla premiata ditta Simply Red: canzoni che colorano il pop di toni black e r'n'b, con la voce potente ed espressiva del “rosso”. In alcuni casi il gioco riesce, come nella piacevole “Oh! what a girl”, mentre l'altro singolo è una ballata fin troppo ispirata a Marvin Gaye. Ma in molti brani, come nella title track, Hucknall sembra un po' fare il verso a se stesso, alle sue canzoni più famose senza troppe idee nuove.
Non sono mai stati degli innovatori, i Simply Red, quello no. Hanno sempre fatto un pop destinato ad un pubblico ampio, ma di qualità. Qua le zampate di Hucknall sono poche (la cover di “Debris”, per esempio, o il blues e “Good times have done me wrong”). Il resto veleggia senza mai scadere troppo, ma suona anche troppo già sentito.