«DYLANESQUE - Bryan Ferry» la recensione di Rockol

Bryan Ferry - DYLANESQUE - la recensione

Recensione del 23 mar 2007 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Si può rifare Dylan? Certo, ci hanno provato in tanti: le sue canzoni sono tra le più coverizzate della storia della musica; e, a ben vedere, le stesse interpretazioni di Dylan sono quasi delle cover, per come storicamente gioca a stravolgerle rispetto agli originali.
Se c'è uno che può permettersi di fare un intero disco di cover di Dylan, questo è Brian Ferry. Perchè è lontano, per certi versi, da Dylan: è inglese, ha iniziato a fare musica negli anni '70 quando l'aria era diversa, ha una delle voci più sensuali e melodiche della musica moderna. Eppure frequenta la musica di Dylan dagli inizi, da quando incise nel 1973 “A hard rain's gonna fall”, e ha inciso molte cover nella sua carriera.
Ecco così questo “Dylanesque”, che arriva in mezzo alla reunion dei Roxy Music (che, si dice stanno lavorando anche ad un disco di studio), una strana creatura, una via di mezzo tra i dischi di cover varie che tanto vanno di moda ultimamente e gli album “coverizzati” per intero (come quello quello che gli Smithereens hanno dedicato a “Meet the Beatles”- vedi recensione).
Il risultato è uno dei dischi più piacevoli di questa stagione. Ferry fa una scelta ben precisa: restituisce alle canzoni quella linearità che Dylan aveva dato loro inizialmente, e che poi aveva spesso sottratto nelle interpretazioni successive. A partire dal repertorio, che comprende molti “classiconi” e dagli arrangiamenti: le 12 canzoni di “Dylanesque” sono suonate a partire da chitarra e piano, creando un buon tappeto per la voce intimista di Ferry, che si diverte a riscoprire le melodie. In alcuni casi sembra quasi banale: “Knockin' on heavens' door” la conosciamo tutti, e non soprende sentirla tornare alla bellezza originaria, anche se l'interpretazione di Ferry è davvero impeccabile. In altri casi, come l'iniziale “Just like Tom Thumb's blues”, o in “The times they are a-changin'”, Ferry fa un lavoro davvero encomiabile, così come in “Simple twist of fate” (da “Blood on the tracks”), trasformandole in brani pop rock con le chitarre elettriche in bella evidenza, con quella sua voce apparentemente così fragile eppure cristallina a tirare le fila.
Insomma, davvero un bel lavoro: un'idea magari non originalissima, di questi tempi, ma svolta benissimo, con coraggio e sopratutto con un risultato finale davvero eccellente e godibile.

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