Recensioni / 25 ott 2006

Who - ENDLESS WIRE - la recensione

ENDLESS WIRE
Who
Universal (CD)
No, non è “Baba O’Riley”. No, non è “Who’s next”. Eppure le prime note del cd, con quel ronzante fraseggio in loop che suona così familiare, rimbalzano inequivocabilmente da lì. Autocitazione clamorosa, ma c’è una spiegazione: “Endless wire”, primo disco dal 1982 degli Who che esce in Italia il prossimo 3 novembre, si intreccia alle ossessioni ricorrenti, alle tele di Penelope infinite, ai work in progress eterni del suo vulcanico e tormentato autore, Pete Townshend. La Grande Incompiuta di “Lifehouse”, 1972, da cui appunto prese forma “Who’s next”, intuizione folle e geniale che, quando Internet era ancora un segreto militare, suggerì la visione di un mondo comunicante attraverso una grande rete elettronica. Il dramma musicale, molto autobiografico, di “Psychoderelict”, 1993, da cui trasmigra uno dei personaggi della nuova commedia, la rock star in declino Ray High (gli altri sono tre giovani musicisti: un cristiano, un ebreo e una musulmana, tanto per mischiare ulteriormente le carte). E “The boy who heard music”, la “weblog novella” che Townshend s’è messo a scrivere a puntate sul suo sito con l’intenzione di metterla prima o poi, pure quella, compiutamente in musica. Tanta, anche troppa carne al fuoco, ma non è una novità. Intanto qui, proprio nel pezzo a cui accennavamo prima (“Fragments”), Townshend ci anticipa la sua ultima “visione”: un esperimento di “method music” che sta conducendo con il compositore Lawrence Ball, ideatore di un software che ti “dipinge” addosso, via Web, il tuo “autoritratto” musicale personalizzato. Il tutto suona bizzarro, ambizioso, eccessivo, folle, ma anche energico, ispirato, coraggioso, febbrile: concetti e impressioni, anche queste, che ai fan degli Who suoneranno familiari. Su “Mojo”, Pat Gilbert ha tessuto le lodi di “Endless wire” spingendosi a giudicarlo persino migliore di “Quadrophenia”. Esagerato! Anche perché trama, “concept” e formula del nuovo disco, nove canzoni più dieci frammenti riuniti nella mini-opera “Wire and glass”, sono astrusi e confusi, e si avvitano a volte su se stessi. Però c’è ancora (parecchia) vita, sul pianeta Who, e non ci avremmo scommesso troppo dopo che, scomparso il lunatico, impareggiabile Keith Moon, i due “poli” del gruppo, Townshend e Roger Daltrey, hanno perso anche il loro “equatore”, il bassista John Entwistle (la suggestiva metafora è del cantante). Oggi loro stessi parlano di “nuovi” Who, e basta guardarli in faccia per rendersene conto. Roger indossa occhialini da bibliotecario, al posto della giacca sfrangiata da sciamano di Woodstock. E Pete…beh, lui è ancora segnato dall’accusa infamante di pedofilia che gli piovve addosso qualche anno fa (la rievoca, eccome, la ferita, in questo disco: soprattutto in “A man in a purple dress”, amara e bellissima ballata acustica che è anche un attacco violento a porporati e uomini di potere in divisa; e in “You stand by me”, tenero e intimo ringraziamento a chi gli è rimasto vicino in tempi difficili, la compagna Rachel Fuller e Roger stesso). Il suo volto sembra un sismografo dei tanti terremoti emotivi e spirituali che ha passato: onesto, normale e “qualunque”, però, lontanissimo dalla maschera grottesca di Keith Richards, da quella ancora ostentatamente glamour di Mick Jagger, da quella enigmatica e irridente di Dylan. E’ sempre stata la sua forza e la sua virtù, questa, e soffia forte anche su queste canzoni che in parte ha voluto cantarsi da sé, con tanti momenti acustici e intimisti alternati ai “power chords”, alle pennate e al maximun r&b che sono il marchio di fabbrica della band. Ricicla trame, musiche e immagini dal passato, e in fondo può permetterselo: “God speaks of Marty Robbins”, un altro delizioso momento tutto suo, recupera per esempio un vecchio demo strumentale datato 1984 e pubblicato sulla raccolta di demo e rarità “Scoop 3” per ricreare un’atmosfera assorta e spirituale analoga a quella che si respirava nell’antico “Who came first”, figlio minore dello stesso “Lifehouse”. La galoppata impetuosa di “Sound round” sembra presa di peso da “Quadrophenia”, e la mini-opera che introduce, “Wire and glass”, è un’altra idea che arriva dal passato, dai tempi acerbi (1966) di “A quick one while he’s away”. “Mirror door” recupera la metafora dello specchio già centrale in “Tommy”, per raccontare di un omicidio sul palcoscenico e di un backstage tra le nuvole in cui si incontrano Elvis e Amadeus, Johnny Cash e “Ludwig van”. E il refrain entusiasmante di “We got a hit” non può non far venire in mente “Who are you?”. Prende ispirazione anche dalla tv, Townshend (“Mike Post theme”), e dal cinema (un paio di pezzi sono stati ispirati dalla visione de “La passione di Cristo” di Mel Gibson; uno, “It’s not enough”, prende spunto dalla sceneggiatura del godardiano “Le mépris”, “Il disprezzo”), succedanei delle emozioni che gli uomini adulti faticano a ritrovare nella vita reale. Daltrey gli regge il gioco, con voce intatta (sorprendentemente waitsiana, anche, quando si immedesima in Ray High per “In the ether”), una sintonia quasi soprannaturale e un sano senso di pragmatismo che fa da bilanciere agli entusiasmi fanciulleschi del partner. Ma questo è in tutto e per tutto il disco di Townshend, un ex ragazzo cresciuto sulle ceneri fumanti della Seconda Guerra Mondiale, e qui ritroviamo una doppia, forse insperata, conferma. Zio Pete non ha dimenticato come si fabbrica un riff o un refrain da favola (“Black widow’s eyes”, “Pick up the peace”, “Endless wire”). E nessuno, come lui, è capace di tradurre in parole & musica ansie, turbamenti, malinconie, aneliti e slanci residui di chi si trova in mezzo al guado dell’esistenza terrena. E’ musica matura, vulnerata, riflessiva, ancora ambiziosa e venata da un pizzico di (senile?) follia. Rock della mezza (o terza) età, certo, dato che Roger & Pete sono entrambi oltre i sessanta. Ma questi sono da sempre i loro ferri del mestiere. E perché dovrebbero smettere di usarli, oggi che ne hanno ritrovato la voglia e tutti noi abbiamo cambiato idea, sul voler morire prima di diventare vecchi?

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

01. Fragments
02. Man in a purple dress
03. Mike Post theme
04. In the ether
05. Black widow’s eyes
06. Two thousand years
07. God speaks of Marty Robbins
08. It’s not enough
09. You stand by me
10. Wire and glass:
11. Sound round
12. Pick up the peace
13. Unholy trinity
14. Trilby’s piano
15. Endless wire
16. Fragments of fragment
17. We got a hit
18. They made my dream come true
19. Mirror door
20. Tea & theatre