«FOUR ON THE FLOOR - Juliette Lewis» la recensione di Rockol

Juliette Lewis - FOUR ON THE FLOOR - la recensione

Recensione del 24 ott 2006 a cura di Ercole Gentile

La recensione

Di lei si dice che non è bellissima, però se la metti su palco diventa contemporaneamente sexy e rock. Il personaggio di Juliette Lewis è questo: attrice e cantante, da sempre con un’immagine molto aggressiva e interprete di film come “Vite dannate”, “Natural born killers”, “Strange days” (nel quale interpreta una cantante rock) e “Dal tramonto all’alba”.
Anche in questi ruoli ha sempre sprigionato sensualità da tutti i pori e, quando ha deciso di immolarsi alla causa del rock’n’roll, non ha potuto (e voluto) cambiare questa sua “interessante” dote: basta vederla scatenarsi sul palco per rendersi conto di quanto si sta dicendo.
“Four on the floor” è il secondo disco di Juliette, e giunge ad un anno di distanza dall’esordiente “You’re speaking my language”. L’album ha iniziato la gestazione nel mese di marzo quando la cantante, accompagnata dai suoi Licks, si è chiusa negli studi Henson di Hollywood (nella stessa stanza dove nacque “We are the world”) con i produttori Dylan McLaren e Sid Riggs. Le cose si complicano immediatamente con l’abbandono del batterista Jason Morris, così un certo Dave Grohl, leader dei Foo Fighters, decide di aiutare Juliette in qualche brano e tornare al suo vecchio amore, a quella batteria già percossa ai tempi dei Nirvana. Il feeling che si instaura tra Dave e la band risulta incredibilmente forte e così Grohl sceglie di fermarsi qualche giorno in più col gruppo e registrare tutto l’album.
Sono dieci i brani che compongono “Four on the floor”, ma il protagonista è principalmente lo stesso, il rock’n’roll ispirato a ad icone come Patti Smith, Courtney Love e PJ Harvey.
Se da una parte è encomiabile la coerenza del suono da parte di Juliette & The Licks, dall’altra sarebbe lecito aspettarsi un colpo di scena, una sferzata che non arriva mai, se non in modo leggero. “Death of a whore”, “Purgatory blues”, “Get up” (con uno straordinario Grohl alla batteria) e “Inside the cage” sono forse i quattro brani migliori dell’album, quelli nei quali l’aggressività della Lewis si alterna a fraseggi meno irruenti, creando un repentino saliscendi emotivo degno di nota.
Tutto sommato, non si può dire che “Four on the floor” sia un album inutile, anzi è un discreto lavoro rock’n’roll. Ma allo stesso tempo non si può neanche affermare che sia un disco così utile alla nostra vita che, se seguisse l’andamento di questo lavoro, sarebbe piuttosto sbandata, ripetitiva e finirebbe con l’annoiarci dopo poco tempo. E, a meno che non venga Juliette in persona a rimettere il disco nel lettore…

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