«MODERN TIMES - Bob Dylan» la recensione di Rockol

Bob Dylan - MODERN TIMES - la recensione

Recensione del 29 ago 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

E' indecifrabile, Bob Dylan. Lo è stato sempre, e anche quando usa parole semplici e dirette in realtà è un'apprenza, si tratta di fumo negli occhi di chi gli sta davanti. Così il titolo del suo nuovo disco di studio, “Modern times”, suona come una beffa bella e buona.
Perché non c'è nulla di moderno in lui, che fa dischi quando gli pare (è il primo lavoro di studio da “Love and theft”, 2001; in Iitalia esce venerdì 1 settembre, in america oggi); lui che va sempre in tour senza mai smettere; lui che ultimamente si veste come una via di mezzo tra un cowboy e un signore del sud degli Stati Uniti. Non c'è nulla di moderno in Dylan, che anticipa l'uscita del disco con un'intervista a Rolling Stone in cui spara a zero sulla musica odierna, rea di saturare di troppi suoni ogni canzone, condendo il tutto con un sarcastico commento sulla musica digitale (più o meno: “si fa bene a scaricarla gratis, tanto non vale niente comunque...”).
Ha ragione Dylan, a dire che oggi la musica è troppo “carica”; dall'alto della sua statura si può anche permettere un'anacronistica nostalgia del vecchio e caldo vinile, opponendolo al freddo digitale (una vecchia polemica, a suo tempo portata avanti anche da colleghi altrettanto illustri come Neil Young). Dylan si può permettere qualsiasi cosa, finchè farà dischi come questo.
“Modern times” non è un disco né moderno, né d'altri tempi: è semplicemente senza tempo. 10 canzoni che potrebbero essere state scritte da 1 giorno come da un secolo, per come veleggiano agili tra le diverse radici e i diversi suoni dell'America: c'è di tutto, qua dentro, dal blues al rock, dal jazz al country. E sopratutto c'è una leggerezza incredibile, un suono volutamente essenziale e scarno, ma pulito e preciso, molto di più che in “Love and theft” e “Time out of mind”: ecco riemegere le belle contraddizioni dell'uomo, che da un lato disprezza il suono moderno, ma poi sfrutta al meglio e a suo modo le moderne tecniche di registrazione.
A fare grande Dylan, come al solito, sono le canzoni, davvero senza tempo: come hanno notato quelli di Billboard, brani come il blues “The levee's gonna break” (“L'argine sta per cedere”) potrebbero parlare della recente tragedia di New Orleans come di un'inondazione d'inizio secolo. E anche quando parla apertamente del giorno d'oggi (la citazione di Alicia Keys nell'iniziale "Thunder on the mountain”, che Dylan dice di avere cercato e inseguito fino nel Tennessee) non lo si può prendere troppo sul serio. Sono canzoni belle non tanto per i testi (è difficile astenersi da una recesione sulle parole, quando si tratta di Dylan, e non dubitiamo che questo è l'esercizio in cui si cimenterà la maggior parte dei critici), ma per l'insieme di parole, musica e interpretazione. Ed è bello, per una volta, notare che Dylan non calca troppo la mano nel rendere la sua voce insopportabile: a parte alcuni casi (il tono mooolto nasale di “Spirit on the water”) sembra quasi concedere al suo pubblico un timbro riconoscibile e familare.
Insomma, un Dylan in forma, sopratutto nelle ballate come la finale “Ain't talkin'”, dilatata all'inverosimile (quasi tutti i brani sono oltre i 6 minuti, nessuno è inferiore ai 5). Un Dylan che può davvero permettersi quello che vuole, e non per la sua storia, ma per quello che fa oggi.

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