«AMERICAN V - A HUNDRED HIGHWAYS - Johnny Cash» la recensione di Rockol

Johnny Cash - AMERICAN V - A HUNDRED HIGHWAYS - la recensione

Recensione del 09 lug 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Di Johnny Cash si è detto, scritto, visto e sentito molto, dopo la sua morte. Film, antologie, dischi postumi, su tutti il box dedicato agli inediti degli “American recordings” curati da Rick Rubin – ovvero la serie che aveva rivalutato la musica e l'immagine dell'uomo in nero, facendolo diventare un'icona anche delle nuove generazioni - e i recenti “Personal files”, pubblicati poco tempo fa dalla Sony, e risalenti ad un altro periodo (vedi la recente recensione).
Questo disco pone forse la parola fine a queste pubblicazioni. Diciamo “forse” perchè non si può dubitare che altri inediti e altre antologie salteranno fuori da qualche archivio. Ma questo è l'ultimo disco che Cash aveva progettato in vita. Dice Rubin che Cash vi si mise al lavoro il giorno dopo aver finito “American IV”. E dicono le note inviate ai giornalisti che qua dentro è contenuta l'ultima canzone “scritta e registrata” da cash, “Like the 309”. Dove l'accento va posta su “registrata”, perchè pare che Cash abbia scritto ancora le parole di un brano gospel mai musicato e rimasto senza melodia. Comunque, le prime parole di questa ultima canzone sono mozzafiato: “It should be a while 'til I see doctor death, so I would sure be nice if I could get my breath”. E mozzafiato è tutto il disco, l'opera di un uomo che sta per morire, e lo sa, e lo canta. Se “American IV” era il disco della sofferenza, e la versione di “Hurt” dei Nine Inch Nails, il simbolo della passione dell'uomo, “American V” è un disco ancora più dolorosamente bello. Un disco difficile da ascoltare: non è il primo disco scritto da un cantate poco prima di scomparire, ma sicuramente è uno di quelli in cui l'incombenza della morte è più presente, e lascia traccie tangibili nella voce di Cash, sofferta quanto mai, bella e fragilissima eppure riconoscibile e legata a quel suo tono basso che l'ha resa unica.
Il disco è stato completato postumo dai collaboratori di Cash, e il suono è quello scarno ed efficace degli altri volumi: si sente particolarmente nelle due cover migliori del disco, la sofferta “If you could read my mind” di Gordon Lightfoot, e una “Further on up the road” di Springsteen (da “The rising”) rivisitata in chiave country. Completano il tutto alcuni altri originali, e altre cover (tra cui una di Hank Willimas), rispettando la formula che ha fatto la fortuna della serie.
Insomma, un disco atteso (esce a quasi tre anni dalla scomparsa di Cash), ma anche quasi inascoltabile: non perche sia brutto, anzi è bellissimo. Ma di una bellezza lancinante, che come una fotografia di qualcuno che non c'è più, piuttosto che attenuare una lontananza accentua l'incolmabilità del vuoto che ha lasciato.

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