«UNINVITED, LIKE THE CLOUDS - Church» la recensione di Rockol

Church - UNINVITED, LIKE THE CLOUDS - la recensione

Recensione del 02 giu 2006 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Ci sono band che sono sempre uguali a se stesse, eppure riescono ad esserlo in maniera dignitossissima, andando avanti per la loro strada, coltivando il loro orticello per la gioia di pochi fedeli ascoltatori.
I Church appartengono a questa tipologia: non hanno e non fanno nulla per essere alla moda; ci sono riusciti una volta sola, nel 1988, quando incredibilmente azzeccarono un singolo che rimane la loro canzone più bella e rappresentativa, “Under the milky way”. Da allora hanno avuto alti e bassi, hanno provato a ripetere quell’effimero successo con altre ballate sognanti, oppure hanno insistito con sperimentazioni più psichedeliche; hanno guardato al passato e hanno guardato avanti.
Le loro ultime uscite rappresentano bene questo percorso: il disco “classico” After everything now this” (2002), quello più sperimentale Forget yourself” del 2003, a cui era seguito nel 2005 un disco acustico “El momento descuidado” di rivisitazioni in studio di vecchi brani e nuovi inediti. Sempre per poche, pochissime persone.
Ed è un peccato, come dimostra questo nuovo album, “Uninvited, like the clouds”. Ovvio, non potranno mai aspirare ad un pubblico di massa con la psichedelica di “Never before” (che ricorda vagamente i Pink Floyd…); però hanno realizzati l’ennesimo disco più che dignitoso, anzi bello della loro carriera, con canzoni che uniscono melodia e improvvisazione, la voce calda e sussurrante di Steve Kilbey con le chitarre elettriche di Marty Wilson Piper. Ogni tanto ci provano, a ritornare a fare pop-rock alla R.E.M. (hanno esordito quasi in contemporanea, negli anni ’80, con gli stessi punti di riferimento): lo dimostra uno dei brani migliori del disco, “Easy”, che ricorda i momenti migliori della band. Ma forse è finito il tempo in cui canzoni come queste potevano fare il giro del mondo.
Il difetto principale dei Church, anche questo rappresentato in questo disco, è semmai la tendenza a perdersi un po’, a divagare troppo (oltre a concedere il cantato di un paio di canzoni a Marty Wilson Piper, che non ha la stessa voce calda di Kilbey). Per cui in alcuni momenti i le tendenze all’improvvisazione e alla psichedelia fanno perdere mordente ai loro dischi. Insomma, se i Church riuscissero a fare un disco compatto, di canzoni solide come “Easy” o come l’iniziale “Block” - ci erano riusciti un paio di volte negli anni ’80, con "Starfish" e "Heyday"-, allora potrebbero tornare ad essere qualcosa di più che un gruppo “di culto”. Forse a loro va bene così, e tutto sommato non va male neanche agli ascoltatori: “Uninvited, like the clouds” è consigliatissimo a chi ha voglia di scoprire, o riscoprire, un buon gruppo di rock psichedelico.

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