«EVA CONTRO EVA - Carmen Consoli» la recensione di Rockol

Carmen Consoli - EVA CONTRO EVA - la recensione

Recensione del 01 giu 2006

La recensione

Tra “L’eccezione” ed “Eva contro Eva” c’è un buco di quasi quattro anni, colmato appena da un live. Tempi biblici, più o meno un’eternità in un mercato schizzato e ansiogeno com’è sovente quello del pop (“che fine ha fatto la Consoli?” era una domanda frequente, negli ultimi tempi). Lo si potrebbe leggere come un salutare elogio alla lentezza e alla riflessione, probabilmente sincronizzato sui ritmi di vita di una certa Sicilia, la terra a cui Carmen dimostra di essere più attaccata che mai e di cui questo disco odora dalla prima all’ultima nota. Titoli e personaggi (la Maria Catena, il Piccolo Cesare, il Signor Tentenna) potrebbero uscire dalle pagine di Pirandello o di Sciascia, da una commedia all’italiana anni ‘60 ma anche dalle cronache quotidiane di questi giorni, perché in fondo certe cose non cambiano mai: preghiere e rosari, pettegolezzi di provincia, gravidanze isteriche, tradimenti, madri che aspettano invano il ritorno dei figli dal fronte, millantatori che vivono al di sopra delle proprie possibilità (ne è piena l’Italia, mica solo la Sicilia)… Complici i Lautari, ensemble etno folk catanese come lei, qui dentro la cantantessa ha stipato molta musica autoctona: persino, nel sample che apre “La dolce attesa”, la voce scura e drammatica di Rosa Balistreri, sacerdotessa folk che in tempi oggi inimmaginabili capitava addirittura di vedere in televisione sui canali Rai; e poi legni e pelli antiche che certi pastori isolani soffiano e percuotono tuttora, dai suoni arcani e dai nomi misteriosi per chi sappia poco o nulla di etnomusicologia. Dominano, insomma, le tonalità naturali, chitarre acustiche e classiche, quartetti d’archi e sezioni fiati, e la bellissima Fender Mustang rosa di Carmen se ne sta a riposare nella sua custodia. Non proprio una sorpresa, se si ricorda il suo percorso almeno dai tempi di “Parole di burro” e dell’album “Stato di necessità”: ma è chiaro che la Consoli, nuovo look hippie con capello lungo e collanine, ha preso un percorso che la sta portando molto lontano da PJ Harvey e certo rock internazionale al femminile. Troppo? I suoi non sono mai stati dischi da primo ascolto e da fast food, ma questo sembra particolarmente inafferrabile e difficile da metabolizzare. Nessun riff o ritornello a presa rapida, melodie a zig zag, l’uso sempre spericolato e un po’ forzato della metrica e del vocabolario, un vezzo e un vizio duro a morire (“Bramosia e doppiezza complottano con la più efferata crudeltà”; “Sguardi voraci si avventano sul fiero pasto senza decenza” e via discorrendo: più letteratura che canzone pop).
Sono azzeccate le collaborazioni: Goran Bregovic mette un po’ di agitazione e movimento ne “Il pendio dell’abbandono”, tra una fisarmonica e i suoi tipici umori balcanici, e la bella voce di Angelique Kidjo soffia come un vento del deserto su “Madre terra”, dove “le calde notti di agosto/talvolta indossano un sorriso esotico/ di un’Africa gioiosa e intensa/violata, abusata e offesa/materna e fiera”. E’ eccellente il lavoro di Massimo Roccaforte, Santi Pulvirenti, Leandro Misuriello e Puccio Panettieri, un quartetto base da fare invidia a molti colleghi e con un bel corredo di strumenti al seguito, e certi arrangiamenti sono davvero efficaci e di gran gusto (il magnifico duduk di Pasquale Laino che chiude “Tutto su Eva”, le progressioni chitarristiche di “Signor Tentenna”, i timbri caldi e dinamici di tromba e trombone sul ritmo in levare de “La dolce attesa”, la bossa di “Piccolo Cesare”, gli archi eleganti e struggenti di “Il sorriso di Atlantide”). Ma è come se Carmen si sia spinta un passo oltre: si capisce che studia e che fa musica soprattutto per se stessa (come è giusto che sia), ma sembra aver perso un pizzico di comunicativa e non è sempre facile seguirla su questi tortuosi sentieri siciliani.

(Alfredo Marziano)
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