«MI SANGRE - Juanes» la recensione di Rockol

Juanes - MI SANGRE - la recensione

Recensione del 13 ott 2005 a cura di Paola Maraone

La recensione

Chi ha ascoltato i primi due album di Juanes – “Fijate bien” e “Un dia normal”, non distribuiti in Europa, sa bene che quello era latin rock, mentre questo – “Camisa negra” in testa - è qualcosa di molto più vicino al pop. Cioè Juanes, al terzo disco e a poco più di trent’anni, ha già capito che gli conviene addolcirsi un po’ per conquistare il mondo e diventare davvero il nuovo Ricky Martin (o Enrique Iglesias). E così “Mi sangre” è pieno di roba dolce e melliflua, che strizza l’occhio a tutti quelli che passano di lì, e cerca di accontentare tutti (con il solito rischio di non fare davvero felice nessuno. Scontato dire che il ragazzo ha talento; se non ne avesse non avrebbe vinto quella vagonata di Grammies e altri premi, né il buon vecchio “Times” l’avrebbe inserito, quest’anno, nella lista delle 100 persone più influenti del mondo assieme a capi di stato e genii dell’economia.
Però chi aveva amato i suoni luminosi e coraggiosi di “Un dia normal” – di cui, a prescindere, consigliamo l’ascolto – resterà probabilmente deluso dalla morbidezza estrema che caratterizza questo “Mi sangre”. Roba che da un colombiano (gente tosta, si sa) non ci si aspetterebbe; da un colombiano avrebbe più senso attendersi lacrime e sangue, e il titolo dell’album risulta, per questo motivo, doppiamente ingannatore.
Dopodichè, metteteci tutte le riflessioni collaterali del caso. Questo è un album ben prodotto, ben arrangiato eccetera, i suoni sono curatissimi, lui – Juanes – è sexy e, come ha scritto la stampa internazionale, “socialmente consapevole”. Come dire che ha perfino cervello. Ma ha fatto un album talmente privo di spigoli da risultare a tratti noioso. Non è un caso che il pezzo di punta – quello che ha tirato scema l’Italia tutt’estate – sia anche quello con più carattere. Qui si che si respira un po’ di sano latin rock, un po’ di dinamismo e vivacità; parafrasando un collega di Juanes, se non tutto, molto del resto è noia. Tutto troppo dolce e gentile, della serie “cammino in punta di piedi così non disturbo”, ma accidenti, da uno come Juanes ci si aspetterebbe che attraversasse la stanza a larghe falcate, non che si mettesse in disparte con brani innocui e timidi plin-plin-plin, come in “Para tu amor”, “No siento penas” e “Volverte a ver”. E’ come se Juanes avesse acconsentito, in nome del successo, a lasciarsi completamente addomesticare. E anche uno dei brani che nel mondo latino sono andati più forte, “Nada valgo sin tu amor”, si distacca appena dalla media e resta nel complesso di un romanticismo davvero stucchevole. Mentre l’altro pezzo del disco che secondo noi vale la pena di ascoltare è “Qué pasa?”, che almeno ha un po’ di carattere. Ma due belle canzoni su dodici, si sa, non rendono un album memorabile, e Juanes farebbe meglio a osare di più se vuole davvero avere qualche speranza di influire sulla storia – non quella con la con la S maiuscola, ma almeno quella del pop.

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