«THROW DOWN YOUR ARMS - Sinéad O'Connor» la recensione di Rockol

Sinéad O'Connor - THROW DOWN YOUR ARMS - la recensione

Recensione del 12 ott 2005 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Partiamo dall’ultima canzone di questo disco: “War” di Bob Marley era il brano che Sinead O’ Connor cantò in quell’infausta sera del 1992, poco prima di stracciare in diretta televisiva al Saturday Night Live una foto di Papa Giovanni Paolo II°. Il punto di non ritorno: fu lì che si iniziò a pensare alla cantante irlandese come ad una pazza. E fu da lì che lei fece di tutto per confermare questa idea, litigando con il mondo, con l’industria, con i media.
Da allora l’ìmmagine di Sinead O’Connor è irriemediabilmente compromessa, ed è difficile pensare a lei prescindendo da tutto questo. Difficile anche non pensare che quell’atto fosse una voluta scelta autodistruttiva: lo ha confermato lei stessa in un’intervista concessa a Mojo, in occasione della pubblicazione di questo “Throw down your arms”. Che è il disco del ritorno, dopo l’annuncio del ritiro del 2003, ed è l’annunciato disco reggae, registrato ai Tuff Gong studios di Kingston, Jamaica, come un tributo ai grandi rastaman della musica.
Altrettanto difficile leggere questo disco, allora. E’ il punto di arrivo di una sorta di percorso di purificazione, in cui la Nostra si è liberata dal suo ingombrante passato? E’, come dice lei, il primo di una serie di dischi “spirituali”? E’ quest’ultima la motivazione che l’ha spinta a tornare sulle scene: usare, come dice lei, la sua voce per un fine superiore?
Il livello di lettura più semplice è quello musicale: “Throw down your arms” è un disco di cover reggae (da Peter Tosh a Lee “Scratch” Perry), accomunate per l’appunto da temi spirituali. E’ un disco che, alle orecchie di un non appassionato del genere, suona un po’ monocorde, per la verità: ben suonato, molto rispettoso nei confronti del genere, ma con la voce di Sinead O’ Connor che raramente si mostra in tutta la sua potenza, scegliendo per lo più i toni bassi. Forse qualche rischio in più, a questo livello, lo si poteva correre. Non mancano le belle canzoni (“Downpressor man”, o la semi acustica “Untold stories”). Meglio, da questo punto di vista, il recente “Collaborations”, che era pur sempre una forma di sfruttamento da parte dell’odiata discografia, ma riunendo anni di duetti con altri artisti rappresentava bene la poliedricità della sua voce.
Poi c’è l’altro livello: quello di un personaggio difficile, da cui bisogna aspettarsi di tutto. Qua non si può proprio dire che Sinead non sappia correre dei rischi. Fa comunque piacere vederla, con tutti i suoi pregi e con quelli che agli occhi di profani possono apparire come difetti, tornare sulle scene. Impossibile, a questo livello, pretendere l’omogeneità e la coerenza che ci si aspetta da artisti “normali”. Semplicemente perché lei non è “normale”. E forse va bene così.

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