«PRAIRIE WIND - Neil Young» la recensione di Rockol

Neil Young - PRAIRIE WIND - la recensione

Recensione del 29 set 2005

La recensione

Non è chiaro se “Prairie wind” sia stato registrato prima o dopo l’aneurisma cerebrale che la scorsa primavera ha colpito Neil Young, facendo tremare i fan. Le note allegate al disco dalla Warner (con cui Young ha recentemente rinnovato il contratto discografico, che prevede a partire dal 2006 anche la pubblicazione di materiale storico inedito dagli archivi) non lo dicono, e insistono invece su come questo album sia la continuazione di “Harvest” e “Harvest moon”.
Si, perché le notizie sono due: Young sta benone (e se anche questo disco fosse stato registrato prima del fattaccio, lo dimostra che in agosto ha registrato un film-concerto diretto da Jonathan Demme, quello de “Il silenzio degli innoncenti”). La seconda è che dopo il concept album elettrico “Greendale”, Young è tornato alla sua anima più elegiaca ed acusticheggiante, come già il titolo “Vento della prateria” lascia immaginare.
Semplificazioni da comunicato stampa a parte, “Prairie wind” è un disco che brilla di luce propria. Certo, fa parte del filone “delicato” di Young, ma è decisamente più solido dell’ultima sortita in questo campo (“Silver & gold” del 2000). Insomma, sì, Young torna a giocare con la melodia, con le chitarre acustiche e un immaginario agreste. Ma si presenta con grandi canzoni e con idee più variegate, permettendosi arrangiamenti che prevedono archi ma anche fiati e chitarre elettriche. “Prairie wind” è un disco dall’impianto cantautorale – lo dimostrano tutte e 10 le canzoni – ma dalle aperture inaspettate: un po’ come in “No wonder”, che inizia con un tipico arpeggio younghiano, con cori di sottofondo per poi accogliere un organo e una chitarra elettrica, che danno una solidità quasi inaspettata alla canzone. O come nella title track, abbellita da fiati, presenti anche in “He was the king”, ma mai ivadenti, come tutti questi strumenti “aggiunti” alla base acustica.
Il succo è che “Prairie wind” ha un bel suono, ricco come mai nei dischi cantautorali di Young, pur conservando una forte identità in questo senso. Dall’esperienza di “Greendale” Young sembra poi essersi portato dietro una maggiore coesione narrativa delle canzoni, con temi ricorrenti (la prateria, appunto), ma senza quell’unità e sequenzialità che avevano fatto del disco precedente un “concept”.
Insomma, un gran bel disco da un musicista che è certamente tra i più grandi ma che ci ha abituato a molti alti e bassi nella sua carriera. Ora è nella fase “alta” e speriamo che continui così.

(Gianni Sibilla) .
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