«THE LIVING ROOM TOUR - Carole King» la recensione di Rockol

Carole King - THE LIVING ROOM TOUR - la recensione

Recensione del 28 set 2005

La recensione

Carole King che canta confidenzialmente a tu per tu, come nel salotto di casa sua. A Los Angeles, a Chicago e ad Hyannis, la Camelot dei Kennedy e dei sogni infranti. E viene da immaginarselo, quel suo pubblico liberal e educato, con i capelli brizzolati e i cromosomi wasp, che con quelle musiche nelle orecchie ha attraversato epoche e fasi della vita: l’innocenza ingenua dei primi anni ’60, le sofferte autoanalisi post-sessantottine, il risveglio della coscienza ecologica e del pacifismo nel dopo Iraq. Sono tutte ben rappresentate in questo doppio Cd, le stagioni della King e di certa America, e basta questo come invito all’ascolto per chi ha abbastanza anni sulle spalle e a quel mondo ha sempre guardato con un misto di curiosità, nostalgia e irresistibile attrazione. Alla cantautrice newyorkese l’idea di un tour intimista e quasi in punta di dita come questo è venuta dopo aver tenuto autentiche esibizioni “domestiche” in case private o piccoli club, per raccogliere fondi destinati ad enti di beneficenza o a buone cause politiche e ambientaliste. Qui mette in chiaro le sue intenzioni fin dall’inizio, presentando il concerto come una “serata dedicata al songwriting”. “Benvenuti nel mio salotto”, canta in una specie di prologo-manifesto, “suonerò alcune canzoni per voi/ce ne sono tante che vorrei fare/ se non riesco a farle tutte spero mi perdonerete/ perché ho 62 anni e ne ho così tante, di vecchie e di nuove”. Niente di più vero: il suo canzoniere è tra i più ricchi e straordinari del dopoguerra americano.
Non può puntare troppo sulla voce, oggi un poco più arrochita e macchiata da un filo di raucedine, la King: non è mai stato il suo pezzo forte e lei lo sa,, avendo imparato da tempo a sfruttarla con perizia entro i suoi limiti evidenti. La sua arma letale è, appunto, il songwriting, quel saper scrivere canzoni che nei momenti di massima ispirazione hanno saputo attingere dalle migliori tradizioni americane (gospel, soul, jazz, doo wop, musical, Tin Pan Alley) ma anche anticipare i tempi. Talmente pure e limpide, nella loro trasparente semplicità, che anche l’approccio minimalista per pianoforte, chitarre acustiche, bassi e voci di supporto (i due partner si chiamano Rudy Guess e Gary Burr) le fa brillare con naturalezza e senza sforzo. La medley che chiude la prima parte del programma, al di là del fastidioso effetto juke box o karaoke insito nella formula, rievoca la stagione in cui la King e l’allora marito/paroliere Gerry Goffin, segregati nei monolocali bunker del Brill Building newyorkese, sfornavano hit a ritmo industriale. Sette assaggi (troppo frettolosi) ad altrettante delizie dei primi anni ’60 che hanno incantato e/o portato fortuna a Beatles, Bobby Vee, Dion and the Belmonts, Del Shannon, Herman’s Hermits, Carpenters, Cliff Richard, Jackie Wilson, Dusty Springfield, Four Seasons, Crystals, Chiffons, Shirelles e chi più ne ha più ne metta, mescolando in cocktail irresistibili essenze pop e bollicine white soul. La piccola magia si ripete con il solare gospel pop di “Chains” (che i Beatles imberbi del ’63 ripresero nel primo album “Please please me”), la fragrante “Pleasant valley sunday” (Monkees) e la celeberrima “Locomotion” (che ha fatto le fortune di molti, dalla baby sitter Little Eva ai trucidi Grand Funk Railroad), qui in versione rallentata e meditativa con la figlia Sherry Goffin Kondor ospite ai cori. Sono tra le più applaudite, insieme naturalmente ai pezzi – ben otto – dal leggendario “Tapestry”, il disco che nel 1971 aprì le porte al cantautorato femminile di stampo auto-confessionale. Otto pietre preziose del pop: la King adatta il testo di “Where you lead I will follow” in ottica post-femminista (accogliendo sul palco l’altra figlia cantautrice, Louise Goffin) e quello di “So far away” allo stato d’animo angosciato e speranzoso di chi oggi in America aspetta i reduci dal fronte, apre “It’s too late” a un delizioso interplay strumentale a tre, mette il sale sulla coda a “Smackwater Jack” con un arrangiamento dinamico e divertente, offre “I feel the earth move” ai cori del pubblico e “Natural woman” e “You’ve got a friend” ai palpiti del suo cuore (ma Burr non è James Taylor, purtroppo, con quella voce “macho” da radio americana). Giusti e doverosi anche i ripescaggi dagli altri begli album dei primi anni ’70, l’eccellente “Jazzman” con accenno di scat, la radiosa “Sweet seasons” corredata di frecciatina all’establishment politico, l’introspettiva “Peace in the valley” da “Rhymes and reasons” (1972). Gli applausi del pubblico misurano impietosamente il calo di affetto nei confronti delle selezioni più recenti da “Love makes the world” (2001) o da “Colour of dreams” (1993): fa eccezione, a dispetto dell’eccesso di miele, quella “Now and forever” che accompagnava al cinema le sequenze di “A league of their own” di Penny Marshall con Geena Davis, Madonna e Tom Hanks protagonisti (1992, il titolo italiano della pellicola era “Ragazze vincenti”). E la nuova “Loving you forever”, composta ed eseguita ancora in duetto con Burr, scivola anch’essa sulla buccia di banana di un sentimentalismo di maniera, dimostrando che la mano dell’autrice, ahimè, non è più agile come una volta. Riassumendo: classico “adult contemporary” con una bella iniezione di nostalgia e qualche svenevolezza di troppo. Ma trovatemi qualcuno che scrive canzoni così, oggi, e sa ancora interpretarle con tanta grazia e finezza (e anche un pizzico di mestiere, va bene). La King è un patrimonio dell’umanità, teniamocela stretta.
(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

Cd 1
07. Jazzman
10. Medley: Take good care of my baby/It might as well rain until September/Go away little girl/I’m into something good/Hey girl/One fine day/Will you love me tomorrow

Cd2
05. Chains
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