«FRONT PARLOUR BALLADS - Richard Thompson» la recensione di Rockol

Richard Thompson - FRONT PARLOUR BALLADS - la recensione

Recensione del 16 set 2005

La recensione

Cavalcano tutti a briglie sciolte, nel nuovo e stravolto ordine mondiale del music business. Liberi da clausole capestro e da pastoie burocratiche, con gli uffici marketing e gli avvocati tenuti a debita distanza, i musicisti rock sfogano la loro furia creativa spalancando gli archivi e autoimponendosi ritmi produttivi da opificio cinese: tutti contenti, loro e i fan che plaudono alla messe di dischi live e “instant”, alle rarità recuperate dal cassetto e alle novità discografiche che affiorano continuamente sul Web e ai concerti. Da entusiasta sincero di questo nuovo corso, comincio però a pensare che ci sia un’altra faccia della medaglia. Anche gli artisti più talentuosi, anche quelli più solidi e più navigati, hanno ogni tanto bisogno di qualcuno che gli dica di no. Che filtri le loro proposte, le limi, le elabori, che abbia il coraggio quando è il caso di rispedirle al mittente suggerendo di riconsiderare certe scelte: mi viene in mente la Ani DiFranco un po’ ripetitiva degli ultimi tempi, o la Michelle Shocked del nuovo trittico di dischi autoprodotti e autoreferenziali.
Richard Thompson, 20 album di studio (più o meno) alle spalle come solista o in coppia con la ex moglie Linda, appartiene pure lui alla schiera degli artisti “liberati”: dice di aver voluto fare con questo disco un regalo al suo pubblico più fedele, quello che adora l’essenzialità cruda delle sue performance per sola voce e chitarra (in luglio lo si è rivisto in Italia con Danny Thompson, ed è stata come sempre una delizia) e che aveva mal digerito, negli anni ’90, gli esperimenti sul suono di Mitchell Froom o l’alone “alternative rock” di Tom Rothrock. C’erano dei precedenti, nel suo voler tornare al passato con un disco-bricolage fabbricato pressoché in solitudine (“Strict tempo”, 1981) ed essenzialmente acustico (lo era anche il secondo Cd del doppio “You? Me? Us?, nel 1996). E c’era qualcosa di sfizioso e di stuzzicante, nella sua idea di confezionare un “garage album” (nel senso letterale del termine) negli scantinati della sua casa californiana a Pacific Palisades, usando un laptop per scambiarsi file e idee musicali in rete con il co-produttore e fedele road manager Simon Tassano, di base ad Austin nel Texas. Ma queste sue “Ballate del salotto principale”, che lo propongono nel ruolo di moderno trovatore, suonano a momenti come provini bisognosi di un’ultima rifinitura quando non anche di qualche bella sforbiciata. Thompson, dicevamo, ha fatto quasi tutto da solo, sovraincidendo con parsimonia, sulle tracce base per voce e chitarra acustica, altre sei corde, bassi, mandolino e fisarmonica. Due sole canzoni aggiungono alla essenziale ricetta una chitarra elettrica e le percussioni di Debra Dobkin, già con Bonnie Raitt, Jackson Browne, Was (Not Was) e al suo fianco nello show “1,000 years of popular music”: sarà un caso che si tratti anche degli episodi migliori? “Let it blow”, in apertura, ha quel classico incedere trotterellante e bei guizzi narrativi nel raccontare con humour sarcastico e ricchezza di dettagli la parabola di un viveur da jet set che fa venire in mente le vite spericolate di eterni ragazzi scapestrati come Richard Burton e Rod Stewart. “My soul, my soul”, ipnotico ritmo a singulto e bella tensione emotiva, sfoggia invece un refrain in odore di “working song” blues su sfondo ombroso e decisamente rock: combinazione quasi inedita nel canovaccio thompsoniano e decisamente efficace. Quando gioca in casa, su campi che conosce a memoria, Richard sbaglia di rado, e succede anche per metà della nuova raccolta: “Miss Patsy” e “The Boys of Mutton Street” rinnovano la sua ben nota abilità nel costruire miniature che sembrano autentici manufatti di un’altra epoca (quella del folk tradizionale inglese), “A solitary life” e “Old Thames side” replicano il piglio robusto e l’atmosfera evocativa delle grandi ballate del suo repertorio (alla “Devonside” e alla “Vincent”, per chi le conosce, anche se qui si resta un gradino sotto). I problemi arrivano quando il cantautore inglese prova ad arrampicarsi su per sentieri impervi, poco praticati, infestati di rovi e a picco sul burrone: con la penna e con la voce, Thompson cerca di evocare le atmosfere classiche di Henry Purcell, di recuperare il gusto fané del vecchio music hall e delle operette di Gilbert & Sullivan come gli era riuscito brillantemente nel citato e impagabile show dedicato alla rivisitazione di “1000 anni di musica popolare”. In questo contesto però tutto risulta più forzato e faticoso all’ascolto, o magari sono le nostre orecchie di non anglosassoni a non cogliere certe finezze e sfumature. Resta il fatto che i dischi che aprirono e chiusero gli anni ’90 per la major Capitol, “Rumor and sigh” (1991) e “Mock Tudor”(1999), erano un’altra cosa.
(Alfredo Marziano)
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