«PRESENT - Van Der Graaf Generator» la recensione di Rockol

Van Der Graaf Generator - PRESENT - la recensione

Recensione del 10 giu 2005

La recensione

Chi allora c’era - nel senso che frequentava già i concerti e i negozi di dischi - se lo ricorderà bene: agli inizi degli anni ’70, in Italia, gli inglesi Van der Graaf Generator, “cult band” per eccellenza emarginata in patria, erano popolari quanto i Radiohead e i Coldplay di oggi. Forse anche di più, se è vero che “Pawn hearts”, non proprio un disco easy listening da mettere sul piatto ad una festa in giardino tra amici, nel ’71 soggiornò a lungo in testa alle nostre classifiche di vendita, spinto a più non posso dai programmi radiofonici (Per voi giovani…) e dai giornali musicali d’epoca (Ciao 2001…). Sembra un altro mondo, davvero, ma così si spiega la febbrile attesa che circonda le imminenti esibizioni nostrane della band a Milano (l’11 giugno) e a Roma (il 13). Altrettanto atteso, e inaspettato, era il doppio Cd che rimette insieme la formazione classica del gruppo 24 anni dopo il succitato disco, da molti considerato il capolavoro del quartetto e ora ristampato dalla Virgin, insieme al resto del back catalog marchiato Charisma, in edizione rimasterizzata e con bonus track.
Ascoltare i “nuovi” VdGG provoca sensazioni contrastanti. C’è una notizia buona e una cattiva, in “Present”. Quella buona è che il disco non puzza affatto di muffa, anzi cattura a suo modo i segnali dell’attualità senza cavalcare onde di riflusso e smaccate nostalgie “progressive” (genere rispetto al quale i Van der Graaf, come anche i primi Genesis, stettero sempre un passo avanti e di lato, difendendo il primato della canzone e della ricerca sonora sul virtuosismo avvitato su se stesso): e certo avrà giovato il fatto che Hammill ha continuato nel frattempo a coltivar musica nel suo orticello privato, mantenendo con i vecchi compagni un filo tenue di contatto che ha dato occasione già in passato a sporadiche, estemporanee rimpatriate. Quella cattiva è che le suddette considerazioni si applicano soltanto alla prima metà dell’opera, le sei “songs” contenute nel Cd 1 che insieme durano poco più di 37 minuti. Il resto, l’ora abbondante di “improvisations” contenuta nel Cd 2 è ad uso e consumo dei collezionisti e dei fan più sfegatati, invitati a sbirciare dal buco della serratura dello studio di registrazione mentre i quattro baldi musicisti si scaldano i muscoli avventurandosi su sentieri secondari (che a volte si rivelano dei vicoli ciechi) tra free, jazz rock e ambient dai contorni dark, industriali e rumoristici. Va bene lo stesso, perché la doppia confezione costa comunque come un solo Cd, ma viene il sospetto che i Magnifici Quattro abbiano voluto accumulare provviste per sfamare chi si appresta a venirli a vedere, magari dopo essersi accorti di essere in ritardo sui tempi e le scadenze programmate.
Lasciamo perdere le improvvisazioni, dunque, e parliamo delle canzoni. L’asso nella manica i VdGG lo piazzano avvedutamente in apertura. “Every bloody emperor” non è certo la prima invettiva contro i Bush, i Blair e gli altri potenti della terra che violentano i diritti dell’uomo, ma Hammil con la sua voce salmodiante gli mette addosso un pathos accorato a cui è difficile resistere, tanto più se accoppiato a una sinfonia prog in crescendo che avvolge come un rampicante, tra i liquidi tocchi cool jazz dell’introduzione, l’atmosfera solenne e fiabesca di una strofa che sembra un inno anglicano e il refrain ornato di barocchismi: un uppercut per nostalgici e non solo, un brano che vibra di intensità e traspira coraggio come se trent’anni non fossero passati. Il sound è quello, ma suona spontaneo e non ricostruito in vitro: Hammill era e forse è ancora la risposta inglese a Tim Buckley, capace com’è di arrampicarsi su note e scale musicali senza reti e funi di sostegno. I leggendari sax di Dave Jackson, che quando passa al flauto ricorda i Genesis e i Gentle Giant dei tempi d’oro, sono il marchio di fabbrica più riconoscibile: ruggenti, ansimanti e strepitanti come quelli di Roland Kirk, o come un animale ferito nella giungla. Hugh Banton alterna i timbri maestosi dell’organo Hammond (in realtà riprodotti artificialmente attraverso due tastiere Roland munite di pedali-effetti) a gelide folate di sintetizzatore. E Guy Evans, il batterista, giostra leggero di piatti e di tamburi come i migliori discepoli della scuola white jazz inglese anni ’70 cresciuta alla corte dei Keith Tippett e degli Ian Carr. C’è uno strumentale anche qui (dunque le “canzoni” in realtà sono appena cinque…), “Boleas panic” (firmato Jackson), e sembra quasi di ascoltare i Traffic periodo “The low spark of high heeled boys”, in jam e un filo più jazzati. Ma il meglio arriva dalle visioni apocalittiche di Hammill: “Nutter alert” tratteggia un personaggio poco rassicurante incrociando motivi morriconiani, blues futurista e merletti medievaleggianti; i sax elettrici di “In Babelsberg” ululano come sirene di fabbrica o clacson nel traffico congestionato, e “Abandon ship!” è altrettanto convulsa e farneticante, con un riff gelido e assassino che sta a metà tra “21st century schizoid man” e la “Lemmings” di “Pawn hearts”. Non siamo dalle parti della cocktail lounge, questo è chiaro: “Present” è un disco ispido, di frontiera, niente affatto conciliante. Autenticamente “progressivo”, malgrado i capelli bianchi e radi dei protagonisti. Resta però in sospeso qualche dubbio di troppo: la conclusiva “On the beach” (ancora un tema marino), dove il moto acquatico si fa più rilassante e ondulato, sembra un altro schizzo, più che una canzone perfettamente compiuta. Ma allora i pezzi “veri” sono quattro… Accidenti, non potevano darci qualcosa in più?
(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

CD1: Songs
02. Boleas panic

CD2: Improvisations
01. Vulcan meld
02. Double bass
03. Slo moves
04. Architectural hair
05. Spanner
06. Crux
07. Manuelle
08. ’Eavy mate
09. Homage to Teo
10. The price of admission
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