«NO WOW - Kills» la recensione di Rockol

Kills - NO WOW - la recensione

Recensione del 02 mar 2005 a cura di Giulio Nannini

La recensione

Prendi un cantato alla PJ Harvey di “Dry” e “Rid of me”, aggiungi la solennità di Patti Smith in certi passaggi vocali, schitarrate rock-blues grezze e lo-fi alla MC5 e Stooges, certe incursioni noise alla Sonic Youth, arrangiamenti vintage e ruvidi, e dai al tutto una parvenza molto cool. Ed ecco i Kills, un duo: lei (Alison Mosshart) si fa chiamare VV, è di New York; lui (Jamie Hince) Hotel, inglese. Lei chitarra, voce e dittafono; lui chitarra, batteria, viola (elettrica), cori, nastri, batteria e percussioni. Belli e dannati quanto Jane Birkin e Serge Gainsbourg, complici ed eversivi come Bonny & Clyde, trasandati e scazzati come i White Stripes, da cui fra l’altro riprendono la formula di successo del duo "uomo e donna senza band". Fanno tutto da soli (comprese le scelte grafiche e fashion), con canzoni che spesso si prolungano in parti strumentali, fra garage, blues, punk e una buona dose di rock&roll. O meglio, la metà oscura e sensuale del rock&roll. Si sono conosciuti tramite e-mail e hanno iniziato a spedirsi nastri per corrispondenza. Poi l’incontro reale, le prime prove e un EP (“Black rooster”, contenente anche la cover di “Dropout boogie” di Captain Beefheart, così vicino al loro sound). Dopo il promettente debutto di “Keep on your mean side”, tornano oggi con “No wow”.
C’è poco da tirarsi indietro o nascondersi dietro ad obiezioni di comodo: è proprio un gran bel disco. Il fascino e la potenza delle canzoni dei Kills arriva dall’alternanza fra momenti melodici e sprazzi di ruvidità primordiale (un po’ come in “Nevermind” dei Nirvana), sound orecchiabile e sporco, coraggio e sfrontatezza nello scegliere di registrare su un otto tracce analogico (proprio come “Elephant” del già citato duo di Detroit). L’atmosfera di alcuni brani è claustrofobia (“Love is a deserter” e “The good ones”), perché i due insistono su secchi e ripetitivi loop di batteria elettronica che poco concedono alla dinamica ritmica. Ma non è un problema se il risultato sono brani come “Dead road 7” o la stessa title-track. Altro elemento comune nelle canzoni sono l’assenza di assolo e virtuosismi, con arrangiamenti ridotti all’osso. Hotel ogni tanto si concede al canto (quasi un recitato) e l’album si ritaglia nel finale momenti melodici e ballad come “Rodeo town” e la conclusiva “Ticket man”, con tanto di cesellati accordi appoggiati sul pianoforte. C’è poi un grande titolo, “I hate the way you love”, canzone divisa in due parti, anzi, due versioni della stessa canzone. “No wow” non cade mai di tono: undici brani, all killer, no filler…

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