«COME DOWN - Tara Angell» la recensione di Rockol

Tara Angell - COME DOWN - la recensione

Recensione del 01 mar 2005

La recensione

Lucinda Williams stravede per lei. Daniel Lanois dice di non aver sentito nulla di altrettanto “dark” e sincero dai tempi dei primi Black Sabbath (?). E Joseph Arthur, spigoloso cantautore della penultima generazione, l’ha voluta produrre a tutti i costi. Fuori dalla sua New York è ancora semisconosciuta, Tara Angell, ma con credenziali di questo tipo (e grazie alle prime sortite in giro per il mondo, recentemente anche in Italia) potrebbe trattarsi di questione di mesi, giorni, ore. La sua provenienza dice molto a proposito del suo modo di far musica: è una nuova reginetta della Bowery, il disordinato stradone di Sud Manhattan che costeggia Chinatown e Little Italy e che dai tempi del glorioso CBGB’s è sempre stato il punto di aggregazione preferito dei punk rockers cittadini. Patti Smith, Jim Carroll e le altre icone dell’underground newyorkese anni ’70 proiettano ombre lunghe sul suo profilo di cantautrice elettrica e discretamente maudit, amante della letteratura del Sud degli Stati Uniti e dei grandi songwriter dei Sixties, in possesso di una voce che, impossibile non notarlo, la avvicina molto alla Faithfull decadente e fascinosa da “Broken english” in poi. Una giovane signora in nero, insomma, dal talento sicuro e il carattere risoluto: siccome nessun altro si faceva avanti si è indebitata con le banche per finanziare queste registrazioni, prima che gli uomini della Rykodisc la pescassero tra le migliaia di debuttanti di belle speranze che sciamano ogni anno verso l’ SXSW di Austin, vetrina principe del nuovo rock americano.
L’album di cui si parla, “Come down”, è stato registrato e mixato in appena cinque giorni, ha atteso quasi tre anni prima di uscire allo scoperto, ha tutta la ruvida freschezza e il sapore genuinamente aspro degli esordi non pilotati dai discografici: e speriamo che la Angell si mantenga su questa rotta, anche se la parte centrale del disco pecca di omogeneità persino eccessiva nel suo susseguirsi di ballate arpeggiate, sfibrate e stropicciate (“Hollow hope”, quasi in apertura, fa capire che Tara sa tirar fuori le unghie e cavarsela bene anche quando salgono il ritmo e la temperatura). Appoggiate su un suono crudo di chitarre, molto vintage e ricco di vibrazioni (si capisce che piaccia a Lanois), con Arthur impegnato anche in veste di leader del quartetto di accompagnamento, le canzoni della Angell – attenzione, la sequenza stampata sul retro Cd non è quella corretta - disegnano un universo femminile non edulcorato, alla maniera di PJ Harvey, di Ani DiFranco o di Liz Phair (“Non piangere per me, non sono la tua ragazzina”, avverte in “Don’t blame me” accompagnandosi con un arpeggio alla Neil Young e uno spettrale controcanto). “Mr Faith” e “Uneven” (dove la somiglianza con la Lady Marianne di “Guilt” e dintorni è davvero impressionante) evocano labirinti mentali e immagini oniriche, il bordone ipnotico e il canto salmodiante della bellissima “Three times” evocano Nico e la Factory di Warhol, “When you find me”, “The world will match your pain” e “The big one” sono ballate al rallentatore di tagliente bellezza melodica, mentre “Bitch please” ha un sapore improvvisato di bisboccia in qualche caffè del Village.
Sul tabernacolo di Tara, come si vede, stanno in bella mostra i santini giusti, e si sente a orecchio che la sua è fede sincera. Il Bottom Line ha chiuso per debiti, Giuliani e Bloomberg hanno ripulito la città, gli artisti scappano altrove: la Angell e qualche altro resistente dimostrano che da qualche parte New York conserva ancora un’anima selvatica, letteraria, fascinosamente scapigliata.

(Alfredo Marziano)
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