«SOME CITIES - Doves» la recensione di Rockol

Doves - SOME CITIES - la recensione

Recensione del 22 feb 2005

La recensione

Come “emergenti” della scena rock anglosassone di questi ultimi anni, i Doves dispongono di un vantaggio non indifferente sull’imberbe concorrenza che gli corre dietro, di fianco e davanti. Non si tratta di avere un bel faccino (non è questo il caso…), santi in paradiso o aderenze importanti negli ambienti che contano. Il loro asso nella manica, paradossalmente, sta nell’essere musicisti già navigati, tutt’altro che degli esordienti inesperti e pronti a inebriarsi dei primi successi. Sono tutti e tre ultratrentenni e stanno vivendo una seconda vita artistica a tutti gli effetti, dopo quella trascorsa anni fa sotto le sembianze electro-dance dei Sub Sub: il che, quando si tratta di conservare la mente lucida e i piedi per terra, aiuta non poco. Questo disco, il terzo a nome Doves, ne è una dimostrazione. Niente fronzoli, nessun riempitivo, scaletta compatta e una sequenza facile a bersi tutta d’un fiato. Non sono uomini da giochi di prestigio ma sanno il fatto loro, i gemelli Williams e il vocalist/bassista Jimi Goodwin, e nella scrittura ed esecuzione delle loro canzoni sfoggiano una concretezza da figli della working class. “Black & white town” (il singolo che anticipa l’uscita dell’album), per dire, è proprio un gioiellino: fa battere il cuore e il piede come il miglior Northern soul d’annata, a cui si rifà con spudorata allegria annusando la scia della “Heatwave” di Martha & the Vandellas per esplodere poi in un “chorus” contagioso e inebriante (e strappare un brivido anche a qualche vecchio Mod, magari). Peccato che poi non tutto regga a questo passo, ma nei 40 minuti della raccolta è comunque difficile trovare il tempo di sbadigliare. La scelta di affidarsi, stavolta, ai consigli di un produttore esterno ha pagato: Ben Hillier, già con Blur, Elbow e U2 (come remixer), è un percussionista (Lighthouse Family) e garantisce a basso e batteria un posto in prima fila nel missaggio spingendo sull’acceleratore ritmico di molte tracce. Il pezzo che apre e intitola il disco, per cominciare, con un drumming secco e brutale stile garage anni ’60 e le chitarre che evocano la new wave e il giovane The Edge. E poi l’impetuosa “Walk in fire” (ancora un po’ di vecchi U2 e di rock epico anni ’80 innestati su un arpeggio alla “Suspicious minds”), e le progressioni arrembanti di “Sky starts falling” e “Snowden”, colte tra il vortice turbinoso degli elementi atmosferici, la placida maestosità dei paesaggi naturali nordici e il ritmo pulsante della città. Queste ultime introducono un altro aspetto determinante del disco, con quel gusto particolare per i prologhi d’atmosfera e la costruzione intelligente, battuta su battuta, del “climax” della canzone attraverso i contrasti cromatici e dinamici tra gli strumenti (musica pensata, dunque: a dispetto del “tiro” e della linearità melodica e strutturale). Qualcosa di simile accade anche in “The storm”, dove si respira l’aria nebbiosa di Bristol e del trip-hop primi anni ’90, con l’armonica, gli archi (sintetici?) e i sibili elettronici a suggerire un tema che rivela l’amore del trio per le colonne sonore vintage. I Doves sono onnivori e hanno ascoltato evidentemente di tutto. Arrivano dai tempi e dai luoghi di Madchester, hanno frequentato l’Hacienda dei New Order e di Tony Wilson ai tempi ruggenti e si sente perché, anche se hanno rimpiazzato i campionatori con le chitarre, i loro ritmi continuano a spingere verso il dancefloor. Ma sanno anche condire le canzoni con ingredienti originali e tengono sempre di vista la bella melodia. “Almost forgot myself” ondeggia tra vocine e chitarre anni ‘50, “Shadows of Salford” segue una tenue traccia beatlesiana con gli arpeggi di uno spettrale pianoforte e una voce filtrata e lo-fi: sembra un provino, mentre è accurata la costruzione sonora di “Someday soon”, riff folkeggiante e circolare guarnito da un tocco di onirica psichedelia. La conclusiva “Ambition”, poi, è la più esoterica del lotto, e dondola malinconicamente al ritmo di ipnotiche risacche di chitarra elettrica, come se a cantare ci fossero Thom Yorke o Chris Martin. Li avevano bollati come nuovi cantori della desolazione e della solitudine suburbana, infatti. Ma in “Some cities” i Doves sono alive & kicking: vitali, scalcianti, con l’argento vivo addosso.
(Alfredo Marziano)
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