«THE DELIVERY MAN - Elvis Costello» la recensione di Rockol

Elvis Costello - THE DELIVERY MAN - la recensione

Recensione del 26 set 2004

La recensione

Musiche eleganti in abito da sera, pensando a Bernstein e a Gershwin, a Bacharach e a Frank Sinatra. Frequentazioni del bel mondo musicale, a tu per tu con mezzosoprano, ensemble orchestrali e cantanti jazz (beh, la fresca sposa Diana Krall era una scelta quasi obbligata). Addirittura una sinfonia, “Il sogno”, composta su commissione quattro anni fa per la compagnia di danza nostrana AterBalletto e ora riscritta per arrangiamento orchestrale (esce in contemporanea a questo album). In questi anni della piena maturità artistica, Zelig Costello sta sconcertando anche i fan più ben disposti, a furia di dischi ambiziosi, spiazzanti, qualche volta anche duri da digerire (i concerti no, quelli restano un’altra storia). C’è da capirlo: a lui, musicista bulimico e ipercinetico, le etichette non sono mai andate a genio: o meglio, le usa e le cambia, in senso letterale, a seconda della bisogna, grazie all’originale contratto firmato tempo fa col colosso della musica Universal (vedi News). Un disco classico per la Deutsch Grammophon (e dici poco), uno “rock” per la Island. I due nuovi, “Il sogno” e “The delivery man”, escono rispettivamente per la prestigiosa “etichetta gialla” e per la Lost Highway, ricettacolo del miglior “alternative country” americano e dintorni, con Ryan Adams e Lucinda Williams in scuderia. Il marchio, come per un buon vino doc, non mente, e sotto il tappo sgorga la musica che ci si poteva aspettare: soprattutto dopo aver saputo che l’infaticabile Elvis se n’è andato con i suoi Imposters a registrare in Mississippi, tra la Clarksdale covo del blues primigenio e (soprattutto) la Oxford patria adottiva di William Faulkner (con qualche breve puntata a Nashville e a Los Angeles per registrare le voci delle sue gentili ospiti, Emmylou Harris e la suddetta Williams, rispettivamente regina in carica e aspirante al trono del roots rock). Country, soul e country soul, dunque (con il soulman bianco Dan Penn indicato esplicitamente come “luce guida” nelle note di copertina): umido e arrugginito, ambrato e torrido come le terre da cui proviene, suonato con amplificatori e bei chitarroni stile vintage (Costello, che virtuoso dello strumento non è mai stato, maneggia con efficacia una bella sfilza di Telecaster, Gibson e Gretsch “solid body”).
L’introduzione, a dire la verità, lascia un poco interdetti: i (quasi) cinque minuti più convulsi, dissonanti e arruffati della raccolta (“Button my lip”, con una citazione esplicita dall’ “America” di Leonard Bernstein) Costello li piazza maliziosamente all’inizio, tanto per sparigliare ancora una volta le carte. Ma con la placida pedal steel di “Country darkness” le cose tornano al loro posto: gran melodia, voce impeccabile, squillante fraseggio di pianoforte. Di ballatone country, a volte sporcate dal fango del Mississippi e dal nero fuliggine degli shouter, il disco è pieno: il bianco Jerry Ragovoy (l’autore soul prediletto da Janis Joplin: “Piece of my heart”, “Try”, “Cry baby”, “Get it while you can”, ma anche la “Time is on my side” degli Stones) gli porge una mano calda e robusta in “Either side of the same town ”; e “The judgment”, già offerta in pasto al vocione di Solomon Burke, conferma la sua scrittura superiore grazie anche al solito, impareggiabile Steve Nieve alle tastiere. La sezione ritmica degli “Impostori” (Pete Thomas alla batteria, Davey Faragher al basso) si gode i suoi bei momenti di gloria in una sequenza di rhythm and blues ad alta combustione: “Needle time”, una “Monkey to man” da Sun Studios memphisiani e una “Bedlam” che potrebbe tranquillamente saltar fuori dal “Presence” zeppeliniano, con Thomas a mulinar rullate come fosse John Bonham (sarà un caso, ma nello stesso pezzo Nieve mette mano ad un theremin). La Williams sfodera la sua voce estenuata e cartavetrata in “There’s a story in your voice”, un honky tonk rock esemplare; la Harris ricama controcanti merlettati su “Nothing clings like ivy” e “Heart shaped blues”, due lamenti da Grand Ole Opry nashvilliana dei bei tempi che furono. Chiudono, i due, con l’accompagnamento di un solo, scarnissimo ukulele : ma per la melodia arcana e rurale di “The scarlet tide” non ci voleva davvero altro (e qui c’è la mano di T. Bone Burnett, vecchio amico e gran promotore, tra gli studios hollywoodiani, della migliore American Music tradizionale).
Costello lo sa bene, ed è proprio la studiata parsimonia degli arrangiamenti uno dei punti forti di quest’album forte e saporito come il “soul food” di New Orleans, Memphis e dintorni e dedicato amorevolmente alla neo moglie. Stava già tutto in “Almost blue” e in “Get happy!!”, in “This year’s model” e in “King of America”, dite? E’ vero. Però è bello ritrovare lo stesso spirito, venti, venticinque anni dopo, irrobustito da una tale, straordinaria capacità di scrittura, sintesi ed espressione.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST

03. There’s a story in your voice
04. Either side of the same town
05. Bedlam
08. Nothing clings like ivy
09. The name of this thing is not love
10. Heart shaped bruise
12. The judgement
13. The scarlet tide
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