«ABATTOIR BLUES - THE LYRE OF ORPHEUS - Nick Cave» la recensione di Rockol

Nick Cave - ABATTOIR BLUES - THE LYRE OF ORPHEUS - la recensione

Recensione del 24 set 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Tutto cambia per rimanere uguale. Prendete questo nuovo disco di Nick Cave. E’ un doppio, arriva a soli 18 mesi da “Nocturama”, e in fin dei conti ci assomiglia parecchio (soprattutto nel bene). Eppure è stato concepito in maniera totalmente diversa. “Nocturama” era stato registrato in una settimana. Questo "Abattoir blues / The lyre of Orpheus" ha avuto una lavorazione piuttosto complessa. E’ stato scritto con la “solo band” (ovvero con i tre musicisti che Cave si porta in giro nei suoi spettacoli teatrali senza i Bad Seeds, come quelli di Milano dello scorso febbraio: il violinista Warren Ellis, il batterista Jim Sclavunos e il bassista Martyn P Casey). Poi è stato rielaborato, con calma, in studio con i Bad Seeds. Dai quali, nel frattempo, se n’era andato Blixa Bargeld, chitarrista e anima del gruppo. Insomma, uno scossone mica da poco.
Tutto cambia per non cambiare, ed è un bene. Il suono di questo doppio CD, alla fine, è la quintessenza di Nick Cave & The Bad Seeds. C’è il rock diretto alla “Nature boy”. C’è il rock cattivo e sporco alla “Hiding all away”. Ci sono le ballate sbilenche alla “The lyre of Orpheus” e quelle più regolari come “Let the bells ring” . Ci sono gli accenni folk di “Breathless”. E ci sono la voce e i testi di Nick Cave, inconfondibili come sempre. Le novità sono non molte, dettagli che mettono a fuoco l’immagine, come il frequente uso di cori femminili.
Sostanzialmente "Abattoir blues / The lyre of Orpheus" è un disco che conferma l’etereogenità di “Nocturama”, che ne ribadisce i chiaroscuri, tra momenti più introspettivi ed altri più aggressivi (spesso assenti, questi ultimi, nei dischi precedenti). Anche i due dischi sono tutto sommato due facce della della stessa medaglia: un po’ più aggressivo “Abattoir blues”, grazie a brani come “There she goes my beautiful world” e alla batteria di Jim Sclavunos. Un po’ più delicato “The lyre of Orpheus” (in cui la batteria è suonata da Thomas Wydler), in cui prevalgono le ballate come “Easy money” o “O Children”.
Il risultato è un doppio album che, pur senza grandissimi picchi o senza grandissime innovazioni, conferma la statura di questo genio della canzone popolare del 20° e 21° secolo. Forse, questa è la stagione dei dischi belli ma non strepitosi; dischi che non stupiscono, ma che confermano la grandezza dei loro autori: Tom Waits, Elvis Costello, i R.E.M.. Non è necessariamente un male, anzi. E’ forse solo un segno dei tempi, del fatto che fa fatica ad ad imporsi una nuova generazione di autori che non siano quelli “usa e getta” pompati dai media inglesi e americani. Gli altri, i nomi storici, invecchiano. Invecchiano bene, ma invecchiano. Ma questa è un’altra storia.

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