«I WANT TO SEE THE BRIGHT LIGHTS TONIGHT - Richard & Linda Thompson» la recensione di Rockol

Richard & Linda Thompson - I WANT TO SEE THE BRIGHT LIGHTS TONIGHT - la recensione

Recensione del 30 apr 2004

La recensione

Tre dischi “storici”, questi appena ristampati dalla Island/Universal: oltre a “I want to see the bright lights tonight”, parliamo anche di “Hokey pokey” e “Pour down like silver”. Ma bisogna intendersi: nelle classifiche d’epoca (1974-75), non lasciarono tracce. Ne hanno seminate invece, e in abbondanza, nelle enciclopedie musicali e in quegli elenchi che ogni tanto i giornalisti rock si dilettano a compilare mettendo in fila i Top 100 del decennio, del secolo o del millennio: indicati, il primo della serie soprattutto, tra i testi fondamentali di quel folk revival che trenta e più anni fa, nel Regno Unito, riscopriva tradizioni popolari fino a quel momento ripudiate dai giovani inglesi per ricucire lo strappo con la musica più eccitante dei tempi, con Dylan e il rock and roll, le chitarre elettriche e le canzoni che scardinavano la banalità sentimentale del pop. Adorati dalla critica (soprattutto americana), ignorati dal grande pubblico. E’ il destino che ancora oggi benedice o perseguita, a seconda dei punti di vista, Richard e Linda Thompson, marito e moglie (all’epoca) dai percorsi umani e professionali in seguito divergenti: attivissimo lui, con dischi e concerti che continuano ad appassionare un seguito circoscritto ma fedelissimo di fan. A lungo scomparsa dalle scene lei, per un blocco psicologico che le ha impedito per anni di cantare, fino al lodatissimo ritorno, due anni fa, con un album, “Fashionably late”, insignito anche di una nomination ai Grammy. Pronti, allora, a un salto indietro nel tempo. Agli anni bui della crisi energetica che, causa scarsità delle scorte di vinile, rimandò a lungo la pubblicazione del debutto della coppia, “I want to see the bright lights tonight”. Agli anni spericolati, anche, di geniali impresari musicali come Chris Blackwell, padre-padrone illuminato della Island Records, e di Joe Boyd, il manager americano che fece da chioccia a un’intera nidiata d’oro di folk rocker inglesi, Richard e Linda insieme a Sandy Denny, i Fairport Convention, Nick Drake, John Martyn e la Incredible String Band. Altri tempi, davvero. Tempi di musica vibrante, intensa, e avventurosa. In pochi erano pronti, nel ’74, a seguire l’ex chitarrista prodigio dei Fairport, allora appena venticinquenne e fresco sposo di Linda, sui sentieri di una musica metà elettrica e metà acustica, tenebrosa e intellettuale, che evocava in un solo disco, e a volte in una stessa canzone, melodie e suoni tipici del folk autoctono (“We sing hallelujah”, “The little beggar girl”, la banda di ottoni di “I want to see the bright lights tonight”), riff alla Chuck Berry (ancora la title track) e la scrittura minimalista di Erik Satie (l’ipnotica coda strumentale di “The great Valerio”). Su tutto aleggiavano, naturalmente, le sue sei corde (quella elettrica, su “Calvary cross”, sanguina davvero come una corona di spine), la sua voce stagionata dalle intemperie emotive e quella tesa, intensa e candidamente sexy di Linda (“canta come se fosse seduta su una bomba ad orologeria”, scrisse ai tempi qualcuno). E poi quei testi senza speranza (la ninna nanna nichilista di “The end of the rainbow”), che descrivevano un’umanità di vagabondi dell’anima (“When I get to the border”), vittima di sogni infranti (“Withered and died”) e di stordimenti alcolici (“Down where the drunkards roll”), in bilico sulla corda delle acrobazie amorose (ancora “The great Valerio”). Non proprio gli ingredienti di cui si compone, per l’appunto, il pop da classifica.
Il successivo “Hokey pokey” rimasticava ancora Berry e Jerry Lee, nella maliziosa title track zeppa di doppi sensi sessuali, e alzava l’umore con i frequenti ricorsi a numeri da music hall. Ma poi anche i motivi più spensierati (“Smiffy’s glass eye”, la satira anticlericale di “Mole in a hole”) nascondevano sotto un velo sottile humour nero e testi feroci, “The sun never shines on the poor” riproponeva quelle atmosfere tipiche da teatro brechtiano, e il graffio più profondo lo lasciavano ballate di solitudine e morte come “A heart needs a home” e “Never again” (niente paura, Linda le canta con una grazia quasi soprannaturale). “Pour down like silver”, terzo e ultimo titolo, è il disco che sussurrò al mondo la nuova fede musulmana dei due: turbanti in testa in copertina, e tra i solchi canzoni devozionali che sembrano cantare d’amor terreno mentre omaggiano Allah e l’universale. Il tono del disco è adeguatamente sobrio e raccolto, nei pezzi più acustici (“Beat the retreat”, “Dimming of the day”: la canzone più celebre di Thompson, forse, ripresa tra gli altri da Bonnie Raitt e da David Gilmour), mentre in quelli elettrici (“Streets of paradise”, “For shame of doing wrong”, “Jet plane in a rocking chair”) la sezione ritmica elettrica, il violino di Aly Bain e la fisarmonica di John Kirkpatrick colorano i suoni di una zingaresca baldanza che ricorda la Rolling Thunder Revue dylaniana. E per chi si chiede cosa sia tutto quel parlare meravigliato del Thompson chitarrista, ecco serviti i torturati assolo di “Night comes in”: sfoggio di tecnica mai fine a se stessa, piegata all’espressività sofferta delle canzoni. Ancora meglio, in questo senso, le lunghe, ipnotiche performance dal vivo (“Calvary cross”, la stessa “Night comes in”) incluse tra i “bonus” dei tre dischi recuperati da archivi live e BBC, con abbondanza di cover country (“I’m turning off a memory”), soul (“Dark end of the street”), pop (“Wishing”) e rock’n’roll (“It’ll be me” di Cliff Richard, la “Together again” resa celebre da Jerry Lee Lewis): a dimostrazione di come quel loro folk rock non avesse davvero nulla di accademico e di polveroso.
(Alfredo Marziano)

I WANT TO SEE THE BRIGHT LIGHTS TONIGHT
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