«THE GIRL IN THE OTHER ROOM - Diana Krall» la recensione di Rockol

Diana Krall - THE GIRL IN THE OTHER ROOM - la recensione

Recensione del 22 apr 2004 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

L’effetto Norah Jones o l’effetto Elvis Costello? Il nuovo disco di Diana Krall si presta a diversi tipi di discorsi, non necessariamente positivi.
L’album della bionda pianista e cantante arriva dopo che la più giovane collega ha sbancato per la seconda volta le classifiche di mezzo mondo, con una musica che parte dal jazz per diventare "popolare": blues, folk e così via. Quasi inevitabile, paragonare le due: Diana Krall è da tempo indicata come una delle stelle nascenti del revival jazz, e le sue intepretazioni di standard vengono ritenute perfette per portare un pubblico ben più vasto a frequentare il genere. Nonostante sia in pista da più a lungo della Jones, la Krall non è riuscita a fare il grande salto. Forse non ancora. Però, a ben vedere, la Krall si rifà ad un tipo di musica diversa, meno "popolare" e più elitaria della Jones. Per cui anche le sue aperture al repertorio più recente (Bacharach, Joni Mitchell, Billy Joel) possono ampliare il suo pubblico, ma non certo portarlo ai livelli della collega. Insomma, gli standard interpretati così rigorosamente dalla Krall sono tipo di musica più “adulta” e meno trasversale.
L’effetto Costello è invece il doppio traino che la bionda canadese ha avuto nell’ultimo anno, in seguito alla love story con l’occhialuto musicista, con cui si è sposato lo scorso dicembre. Il primo traino è stato, ovviamente, il ritorno di pubblicità della coppia, spesso presente nelle rubriche di gossip. Il secondo, più prettamente musicale, è l’aiuto del marito, che co-firma sei canzoni di questo nuovo album.
“The girl in the other room” è un disco molto ambizioso: è il primo della Krall a contenere materiale totalmente originale (sei canzoni su 12). Ed è anche il disco con più concessioni alla musica “popolare”. La presenza di Costello non si sente granché: ufficialmente il suo contributo è di avere co-firmato i testi di sei brani autografi e anche la musica della title-track, che sono stati per il resto scritti dalla Krall stessa (per la cronaca gli altri co-firmati sono ”I’ve changed my address”, Narrow daylight”, ”Abandoned masquerade”,”I’m coming through” e ”Departure Bay”).
La Krall non è poi una grandissima autrice. Certamente non è paragonabile agli autori che solitamente interpreta. Le sue sono piacevoli rivisitazioni dello stile del canzoniere americano, ma che non rimangono particolarmente impresse. In brani come la title-track, la Krall importa pregi e difetti della sua chiave interpretativa: grande tecnica vocale e pianistica, grande produzione e grandi strumentisti alle spalle (il vecchio marpione Tommy LiPuma è alla consolle, tra i musicisti spiccano il bassista Christian McBride e il batterista Peter Erskine), ma una sostanziale freddezza di fondo, che ogni tanto fa girare un po’ le scatole.
Queste caratteristiche si sentono ancora meglio in “Almost blue” (immortale canzone scritta dal marito e resa ancora più grande dalla incerta ma passionale voce di Chet Baker) o in “Temptation” di Tom Waits e “Black crow” di Joni Mitchell.
Insomma, questo è un disco ambizioso, ma non sempre raggiunge i suoi risultati. Non è né meglio né peggio della Jones. E’ semplicemente diverso. E’ un buon disco di jazz notturno con aperture al pop, ma che non è in grado di reggere il confronto con la passionalità dei modelli a cui fa riferimento. Se vi può bastare, il piatto è ottimo ed abbondante. Se volete di più, vi conviene rivolgervi agli originali.

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