«FILMS ABOUT GHOSTS - Counting Crows» la recensione di Rockol

Counting Crows - FILMS ABOUT GHOSTS - la recensione

Recensione del 04 dic 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Si può pensare che i best siano inutili, o che siano molto spesso una speculazione fatta in occasione di anniversari trascurabili o in periodi come questo, quello del Natale, in cui i portafogli si aprono più facilmente anche per comprare disco. Si può pensare tutto questo, ed è la ragione per cui Rockol a dicembre pubblica molte recensioni di “best”, per aiutare i lettori a scegliere nella marea di uscite discografiche “strenna” del periodo.
Si può pensare questo ed altro ancora, e si potrebbe legittimamente obiettare che dieci anni di carriera e quattro dischi sono un po’ pochini per un best. Questi sono i numeri dei Counting Crows, che però non spiegano la sostanza: in questi dieci anni sono stati la rivelazione del rock “neo-tradizionalista”, ed anche la band che ha saputo crescere e mantenere con più continuità le promesse degli esordi. Insomma, dimenticatevi i Wallflowers di Dylan Junior, dimenticatevi i Train. Ascoltate i Counting Crows, che hanno trovato un rivale per questo scettro solo nell’amico Ryan Adams, anche lui nello stesso solco di rock derivato dai “padri” Dylan, Springsteen e compagnia.
A differenza dell’ipercinetico e iperprolifico Adams, i Crows hanno avuto una carriera decisamente più lineare, che questo best riassume abbastanza dettagliatamente. Dai fulminanti esordi di “August and everything after” (l’album di “Mr. Jones”, la canzone capolavoro che riscriveva Dylan e Van Morrison senza temere confronti – e non a caso fu un successo internazionale) al mezzo passo falso di “Recovering the satellites”, al ritorno agli splendori di “This desert life” e “Hard candy” (uscito poco più di un anno fa); alle canzoni estratte da questi album si aggiungono due inediti, prodotti da Brendan O'Brian: “She don’t want nobody near” e la cover “Friend of the devil” (Greatful Dead), più la rara "Einstein on the beach” e una versione live di "4 white stallions" (un'altra versione della canzone, cover di Patrick Winningham, era stata inclusa in alcune edizioni di "Hard Candy").
In questo percorso, i Counting Crows hanno saputo riscrivere come nessun altro la tradizione rock a stelle e strisce nelle sue diverse sfaccettature, ed hanno saputo distinguersi grazie al leader Adam Duritz, dotato di una capacità narrativa e introspettiva davvero unica, che ha regalato testi di canzoni che sono dei gioielli. Vi segnaliamo, in scaletta, la lacerante “Anna begins” e quella sorta di “Thunder Road” degli anni ’90 che fu “Round here”. Lamentiamo l’assenza di “Hard candy” (title track dell’ultimo album) e soprattutto di quell’immenso lavoro svolto dai Crows di rilettura acustica delle proprie canzoni e di canzoni altri attraverso numerose cover pubblicate qua e là o suonate live. Un secondo CD di rarità e lati b non avrebbe guastato. Ma, al solito, non si può avere tutto.

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