«ROOM ON FIRE - Strokes» la recensione di Rockol

Strokes - ROOM ON FIRE - la recensione

Recensione del 21 ott 2003 a cura di Gianni Sibilla

La recensione

Squadra che vince non si cambia. Devono avere pensato questo, gli Strokes nel realizzare il loro secondo disco. Il tentativo è chiaramente quello di ripetere la fortuna dell’esordio “Is this it?”, e probabilmente in quest’ottica va letto fallimento di farsi produrre da Nigel Godrich, “mister-Radiohead”, e la successiva decisione di lavorare nuovamente con Gordon Raphael, lo stesso di “Is this it”.
Già, squadra che vince non si cambia. Ma questa non è una partita di calcio, dove conta solo il risultato, e in fin dei conti il bel gioco è un’utopia secondaria. Il rock ‘n’ roll è una questione di viscere e stile, di dimostrarsi credibili, sempre. In termini calcistici, conta quasi più il bel gioco che non vincere. Ascoltando “Is this it?” si pensava questi ragazzi fossero in grado di ottenere quello che volevano con uno stile sopraffino – grezzo, ma alla moda e affascinante, in tempi di pop di plastica. Passando a questo “Room on fire” i dubbi invece si affiancano alle certezze. Perché la formula è molto simile a quella precedente – riff micidiali e grezzi, cantato viscerale; ma ora tutto suona tutto troppo grezzo e viscerale, con il rischio che, alla lunga, lo stile si trasformi in posa. “Voglio essere dimenticato, non voglio essere ricordato”, cantano gli Strokes in apertura del disco: o sono molto autoironici, o, all'opposto si predono un po' sul serio...
“Room on fire” è comunque un gran bel disco, e canzoni come il singolo “12:51” per un attimo ti illudono di avere a che fare con un gruppo uscito da “Nuggets” o giù di lì. Poi ti ricordi che non è così, e che il gioco è bello, ma è appunto un gioco. In altre parole, la si smetta di dire che gli Strokes sono i salvatori del rock ‘n’ roll. Sono solo un buon gruppo che fa buoni dischi: nulla di meno, ma neanche nulla di più.

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