«WHAT'S WRONG WITH THIS PICTURE? - Van Morrison» la recensione di Rockol

Van Morrison - WHAT'S WRONG WITH THIS PICTURE? - la recensione

Recensione del 19 ott 2003

La recensione

I dischi di Van Morrison sono come i film di Woody Allen. C’è chi li ama e c’è chi li detesta, esattamente per gli stessi motivi: perché abitano uno spazio fuori dal tempo, intangibile dall’attualità e da quel che succede nel resto del cosiddetto mondo dell’intrattenimento. Gli altri si prodigano a tener testa alle mode, si affannano a cercare risposte al cambiar degli umori e agli sconvolgimenti sociali (l’11 settembre, tanto per fare un esempio). Loro no, proseguono con scarti quasi impercettibili sullo stesso canovaccio, forti di una classe e di un’esperienza che nessuno può oggettivamente mettere in discussione: inducendo, a seconda dei casi, noia e irritazione, o al contrario un senso di complice e soddisfatta familiarità nei destinatari delle loro opere. Vai a vedere un film di Allen e sai già di trovarci il clarinetto di Benny Goodman, la New York elegante di Park Avenue, le battute sull’Olocausto e sugli psicanalisti. Metti nel lettore un CD di Van Morrison e sai già che riascolterai la Voce di sempre, e quelle ballate di soul celtico che l’irlandese sciorina imperterrito ormai da decenni.
Stavolta è lui stesso a mettere le mani avanti, in una canzone che più esplicita non potrebbe essere nell’esporre il suo pensiero sul music business. E’ un blues intitolato “Goldfish bowl” e recita, più o meno: “Non sto promuovendo un disco di successo/ e non ho uno show in televisione./Dunque non ho motivo di starmene in questa boccia di pesci rossi”. Così canta il Nostro, sperando di mettere a tacere una volta per tutte quei rompiscatole di discografici e giornalisti che gli assillano l’esistenza (ecco un’altra analogia con Allen: che però, specie ultimamente, si sottopone con più mitezza e malcelata rassegnazione ai riti promozionali). Poche battute dopo, Morrison definisce con precisione anche i contenuti del suo nuovo disco: “Canto jazz, blues e funk/non è rock and roll/folk con ritmo/e un po’ di soul”. E’ esattamente la materia di cui è fatto questo album che segna il debutto di Morrison per la Blue Note, l’etichetta mito del jazz che, ringalluzzita dal successo planetario di Norah Jones, ha deciso di aprire le porte al pop “adulto” che piace ai trenta-quarantenni stufi di canzonette radiofoniche da masticare e sputar via in un batter d’occhio.
Non tutti i dischi anni ‘90 di Van The Man, ammettiamolo, erano stati baciati dall’ispirazione. Ma qui siamo di nuovo nel suo salotto buono, e sempre vicini a quelle radici che l’irlandese si era messo a rinvangare con una sfilza di dischi-nostalgia, non ultimo il recente e convincente “Down the road”. Ora come allora, la copertina (in pieno stile Blue Note) fa capire dove si andrà a parare. Con qualche piccola sorpresa, persino, quando il leone di Belfast (che perde i capelli ma non un grammo di voce) sfodera un boogie ruggente da Sun Studios come neanche ai vecchi tempi (“Stop drinking”, rielaborazione di “You better watch yourself” di Lightnin’ Hopkins). Sul versante “uptempo” si collocano anche il jump effervescente di “Whinin’ boy moan” e il vintage anni ’50 di “Once in a blue moon”: tutto reso in gran scioltezza e spontaneità (il Grande Burbero si concede persino una risata a stento soffocata, mentre canta la title track) e in gran spolvero, perché i fiati e l’organo Hammond, le chitarre e l’orchestra sono di primissima qualità, e riverniciano le canzoni con uno smalto d’epoca irresistibile per chi abbia l’età per apprezzarlo. Ecco allora gli omaggi a Sam Cooke (“Get on with the show”) e al blues (lo standard “Saint James infirmary” e “Fame”, dove Van ruggisce da par suo), il blue eyed soul innervato di sangue irlandese (“Evening in June”, incorniciata da ottimi assolo di flicorno e clarinetto), gli aromi celtici (“Little village”, introdotta dall’acustica del Nostro) e quelle orchestrazioni ampie e distese che fanno da sfondo alle sue meditazioni più intime ed elegiache (tra gli scat di “Meaning of loneliness” vengono citati Dante, Sartre, Camus, Nietzsche e Hesse; mentre “Somerset” canta ancora una volta la quiete incantata della campagna inglese, già celebrata nella classica “Summertime in England”). Questo è quanto, prendere o lasciare: come ha detto qualcuno, ciò che per alcuni è ripetizione per altri si chiama stile. A proposito: non si fosse capito, a chi scrive piacciono tutti e due così come sono, Woody e Van The Man.

(Alfredo Marziano)
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